domenica 27 dicembre 2009

La fama di Ferrante di Niccolò Capponi, l'ultimo degli auditori dei benefici ecclesiastici "in solitario"


Nella foto la cappella Barbadori Capponi in Santa Felicita a Firenze, chiesa dove si trova il cenotafio di Ferrante di Niccolò Capponi. Un'altro dei proprietari della villa Gerini è stato Ferrante di Niccolò Capponi di cui vale sicuramente la pena di parlare visto il suo incarico di altissima responsabilità in seno all'amministrazione medicea. Il nuovo principato mediceo di Cosimo I si consolidò in Toscana ben prima della Controriforma. Creatura di papi e cardinali di Casa Medici, ma osteggiato da altri pontefici (a partire da Paolo III Farnese, che voleva creare uno Stato per la sua famiglia), il ducato di Firenze conobbe sotto Cosimo I una fase di riorganizzazione istituzionale, che coinvolse anche le Chiese locali. Fra le non poche riforme cosimiane in questo settore ne vanno ricordate almeno tre. Con la circolare del 15 luglio 1539 sull’amministrazione dei benefici ecclesiastici vacanti il duca affidò ad una nuova magistratura fiorentina – l’Auditorato dei benefici vacanti – l’amministrazione di quegli uffici ecclesiastici, che erano temporaneamente privi dei loro rispettivi titolari. In virtù di questa circolare, ad ogni vacanza di ogni beneficio, il rappresentante locale del governo nominava un vicario, che aveva l’incarico di curare il patrimonio e di soddisfare gli oneri sacri (come la celebrazione delle messe), sotto la vigilanza dell’Auditorato. In questo stesso ufficio, poi, si dovevano presentare i nuovi rettori per esibire i documenti delle loro nomine ed ottenere quella «licenza di possesso», che era indispensabile per ottenere dal vicario pro-tempore la consegna del patrimonio beneficiale. Come nello Stato di Milano, questo ministero divenne il grande controllore statale della legittimità delle nuove nomine a questi uffici e sin dagli inizi della sua attività dimostrò di voler difendere gli antichi diritti di nomina vantati dai laici, si trattasse di famiglie private, di comunità rurali o di enti pubblici. Già nel 1532 gli affari relativi alla giurisdizione erano stati assegnati a una commissione di quattro senatori presieduta dal Duca. Dal 1546, invece, di questa materia risulta essersi occupato un unico Auditore della giurisdizione, una carica riguardo alla cui istituzione non è pervenuto o, più probabilmente, non fu emanato alcun decreto ufficiale che ne stabilisse le funzioni in maniera specifica. Le competenze di questo magistrato, tuttavia, consistevano nella tutela della giurisdizione del principe da interferenze di autorità straniere e nella vigilanza su funzionari e magistrati interni. In seguito l'attenzione e l'attività dell'Auditore si concentrarono soprattutto sui rapporti tra la giurisdizione civile e quella ecclesiastica, in difesa dei diritti del Granduca nelle relazioni con la Curia romana e con le istituzioni religiose presenti in Toscana. Una materia particolarmente spinosa e controversa, perché coinvolgeva tendenzialmente un numero vario e multiforme di persone giuridiche, fu sempre quella dei benefici ecclesiastici. L'Auditore, in particolare, aveva il compito di rilasciare una "licenza", detta anche "polizza di possesso", ai nuovi rettori, cui non bastava l'investitura canonica per entrare in effettivo possesso dei beni patrimoniali dei benefici (le cosiddette "temporalità"), ma avevano bisogno appunto di un riconoscimento da parte dell'autorità civile. Il Granduca, in tal modo, manteneva il proprio controllo, anche politico, sul vasto patrimonio delle chiese locali spettanti ai membri del clero. I benefici, d'altra parte, erano di natura diversa. Alcuni venivano assegnati solo dal papa e dai vescovi, altri erano di competenza di capitoli ecclesiastici o di altri corpi religiosi, altri ancora erano prerogativa di soggetti laici (singoli individui, nuclei familiari, comunità, il Granduca stesso ecc.) che dotavano un ente religioso di beni su cui poi mantenevano un diritto il patronato. Un insieme tanto complesso di interessi non mancava di creare conflitti e contenziosi, di cui rimane traccia soprattutto nella serie dei cosiddetti "Negozi beneficiali e giurisdizionali", presente nel fondo dell'"Audiore dei benefici ecclesiastici poi Segreteria del Regio Diritto". L'Auditore, inoltre, si occupava degli atti emanati dalle supreme autorità ecclesiastiche per valutarne validità e applicabilità all'interno del Granducato, in conformità con l'istituto giuridico dell'"Exequatur". Doveva, inoltre, esercitare le funzioni di supremo giudice in materia ecclesiastica, discutere a chi toccasse giudicare i religiosi passibili di processo ed eventualmente occuparsi della loro cattura. Una parte non secondaria dell'attività dell'Auditore, poi, riguardava l'operato delle giusdicenze del dominio, cioè controllava i rettori dei dipartimenti locali, sia in rapporto con le altre giurisdizioni, e quindi soprattutto con quella ecclesiastica, sia in relazione al governo centrale. Cruciali erano infine le questioni e la salvaguardia dei confini del Granducato nonché le controversie riguardanti le precedenze nei rapporti internazionali. La carica era perciò delicata e prestigiosa tanto da essere assegnata a uomini di fiducia del principe. Durante il governo di Cosimo I fu ricoperta dal giurista Lelio Torelli, un "lutaraneggiante" ma anche uno dei consiglieri più intimi e apprezzati dal sovrano, di cui era anche Segretario e Auditore di camera. Torelli mantenne la carica fino alla morte, avvenuta nel 1576. Già all'epoca del primo Granduca gli affari trattati dall'Auditore della giurisdizione videro prevalere progressivamente le questioni relative ai rapporti con l'autorità della Santa Sede, rappresentata sul territorio granducale principalmente dai vescovi, dai tribunali ecclesiastici, dai commissari e delegati apostolici e, dal 1560, dal nunzio apostolico, tanto che ne risentì la denominazione stessa del magistrato che fu indicato sempre più spesso come Auditore dei benefici ecclesiastici. Segno dell'attenzione costante per rapporti con la Curia è la fitta rete di corrispondenze intrattenuta dall'Auditore con gli ambasciatori medicei residenti a Roma. Dopo Lelio Torelli, la carica fu detenuta da Giovan Battista Concini (1576-1605), Paolo Vinta (1605-1609), Niccolò dell'Antella (1609-1630), Alessandro Vettori (1631-1661) e dal nostro Ferrante Capponi (1661-1688). In genere i titolari furono sempre molto determinati ed incisivi nella difesa della giurisdizione dello Stato contro quella della Chiesa, anche se nel corso del Seicento è stato riscontrato un processo di progressivo cedimento del primo nei confronti della seconda, in particolare durante il periodo di reggenza di Maria Maddalena d'Austria e di Cristina di Lorena (1621-1628), che governarono a nome del minorenne Ferdinando II, si assistette ad un indebolimento dell'autorità granducale rispetto a quella della Chiesa, determinato sia dalla ridotta capacità di imporsi da parte delle tutrici sia dal clima controriformistico, che portò la corte medicea ad allinearsi in maniera più puntuale ai dettami della Santa Sede. Morto Capponi, l'incarico fu affidato, per un breve periodo, all'allora notaio e cancelliere dell'ufficio, Michelangelo Ceccarelli dopodiché il Granduca Cosimo III istituì la "Congregazione per gli affari giurisdizionali", una commissione composta dal titolare dell'Auditorato più tre membri, uno dei quali doveva ricoprire il ruolo di segretario con il compito di istruire gli affari e di tenere informato il principe. Una volta scelti dal Granduca, i nomi dei membri dovevano essere comunicati alla Segreteria delle Tratte che li registrava e li rendeva pubblici. I primi nominati furono l'auditore Pietro Angeli, il sacerdote Francesco Maria Sergrifi, l'auditore Andrea Poltri e il preposto Felice Monsacchi. Successivamente entrarono nella Congregazione l'avvocato Domenico Andreoni, Filippo Buonarroti, il senatore e presidente dell'ordine di S. Stefano Niccolò Antinori, Federico Giordani e Giovan Battista Cerretani. La creazione della commissione rientrò in una politica più generale di Cosimo III che istituì organi collegiali anche in altri ambiti. Si è pure ipotizzato che la Chiesa stessa incoraggiasse tale innovazione perché non disposta ad accettare decisioni prese da un unico individuo laico in questioni tanto delicate e centrali per i suoi interessi. Nel 1733, in sostituzione del deceduto Filippo Buonarroti il Granduca Gian Gastone nominò come titolare della carica l'agguerrito Giulio Rucellai, che agì dimostrando una notevole indipendenza rispetto agli altri membri della Congregazione e assumendo un atteggiamento tutt'altro che conciliante nei confronti della Santa Sede. Rucellai fu l'ultimo Auditore dei benefici ecclesiastici poiché nel 1737 la Reggenza lorenese abolì formalmente la magistratura e creò la Segreteria del Regio Diritto. Il cenotafio del senatore Ferrante di Niccolò Capponi, morto il 14 gennaio 1688 si trova nella chiesa di Santa Felicita a Firenze.

Piccola storia del conte Orlando Malevolti del Benino, il sestese che si oppose alla presa del potere dei napoleonici


Nella foto: stemma della famiglia Del Benino posta sul palazzo dei Priori di Volterra.
Il marchese Orlando del Banino fu uno dei proprietari della villa Gerini ed a lui vennero consegnate le monete d'oro ritrovate nel parco della villa. Ma il marchese fu anche famoso per un altro episodio che si ricava dalle ‘Cronache Fiorentine’ di Giuseppe Conti, 1801: "Ed il 2 agosto ebbe luogo in Palazzo Vecchio la solenne cerimonia del giuramento al nuovo Sovrano, alla quale intervenne Murat, e il Magistrato civico fiorentino "come rappresentante il soppresso Consiglio dei dugento". L'avvocato regio Tommaso Magnani, ed il luogotenente del Senato Orlando Malavolti del Benino, ebbero l'audacia di pronunziare all'indirizzo del nuovo re, in presenza del suo mandatario marchese di Gallinella, con tutta la filastrocca dei titoli alla spagnola, compreso quello di "gentiluomo di camera con esercizio", ipocrite e in quel momento in ispecie, mendaci parole. Con queste lacrime di coccodrillo si rimpiangeva un buon uomo mandato via come un servitore licenziato su due piedi, non perché fosse chiamato a felicitare altri popoli; ma perché i francesi non ce lo vollero più per venirci loro. E l'insolenza della concione dell'avvocato regio risaltava maggiore dal fatto che appunto il trattato di Luneville, come abbiamo veduto, convertiva la Toscana in Regno d'Etruria, e l'assegnava all’infante Lodovico, l'imperatore Francesco nel dì 9 febbraio 1801 a nome del fratello granduca Ferdinando, per sé e suoi successori, rinunziò alla Toscana ed all'isola dell'Elba: e l'imperatore stesso si obbligò di indennizzarlo in Germania di quanto perdeva in Italia. E la meschina indennità consisté nello spogliare l'arcivescovo di Salisburgo della potestà laica che esercitava insieme con l'ecclesiastica nella sua diocesi, e formarne un principato per Ferdinando III, che assunse il titolo di Elettore, facendo, in tal guisa, come si suol dire, quinta per discendere. Così il cristianissimo imperatore diede un minuscolo esempio di soppressione di potere temporale. Ma in casa nostra costoro fanno i difensori della Chiesa!...A queste spudorate parole si unì lo smacco delle altre ad elogio del nuovo padrone, dicendo: "Felici noi, che vediamo rianimate le nostre speranze con l'avvenimento al trono di S..M. Lodovico Primo, Infante di Spagna, nostro Re e Signore"!...Ribadì il chiodo il Malevolti del Benino, cominciando anche lui col piagnucolare sulla "rimembranza dell'amara perdita fatta dell'amato nostro sovrano il serenissimo granduca Ferdinando III, destinato a governare e felicitare altri popoli", e proseguiva: "la memoria di un tenero padre, che formò sempre la delizia, la felicità dei sudditi, e l'ammirazione delle Nazioni tutte d'Europa, non poteva non eccitare vivamente la nostra tenerezza, il nostro dolore; le di lui sovrane beneficenze, le regie di lui virtù, il di lui dolce e generoso carattere, saranno eternamente scolpiti nei nostri cuori, e sempre rammenteremo con piacere il nostro benefattore".E di fatti lo ricompensaron bene il loro padre e benefattore! "Solamente" continuò con la sua faccia verniciata il Del Benino "poteva calmare il nostro cordoglio quel nuovo monarca che ci viene annunziato; e S. M. Lodovico Primo poteva solo eccitare in noi i sentimenti di gioia e di letizia". Ed ora bastano le citazioni, perché si fa il viso rosso soltanto a leggerle, queste parole. I liberali veri se non amavano Ferdinando perché soggetto all'Austria, non ebbero mai la viltà di fingere un dolore che non sentivano, come facevano coloro che gli si eran sempre protestati affezionatissimi sudditi ed umilissimi servitori…".

sabato 26 dicembre 2009

Biografia di Pio XII: il Papa che venne a Sesto


Nella foto: la stuatua di Pio XII nel piazzale del Verano a Roma, opera dello scultore sestese Antonio Berti, oggi preda dell'incuria e di atti vandalici.
Papa Pio XII, nato Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli e detto il "Pastore Angelico" (Roma, 2 marzo 1876 – Castel Gandolfo, 9 ottobre 1958), è stato il 260° papa della Chiesa cattolica. Nel 2009, a conclusione della seconda fase di beatificazione, ha ricevuto il titolo di venerabile, che ne attesta l'eroicità delle virtù per la Chiesa. Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli nacque a Roma il 2 marzo 1876, terzogenito dell'avvocato della Sacra Rota Filippo Pacelli (1837-1916) e di Virginia Graziosi (1844-1920). I titoli nobiliari della famiglia Pacelli (nobili di Acquapendente e di Sant'Angelo in Vado, titoli concessi alla famiglia nel 1853 e 1858 erano recente conseguenza dei tempi della seconda Repubblica Romana (1848-1849) quando il papa-re Pio IX fu esiliato a Gaeta e Marcantonio Pacelli (1804-1890) da Onano (Viterbo), nonno paterno di Eugenio, che aveva seguito il Papa nella cittadina laziale, fu premiato con i titoli di principe e di marchese sia per la sua fedeltà che per aver operato dopo la fine della Repubblica, nel ruolo di Sostituto del Ministro dell'Interno, una feroce repressione nei confronti dei patrioti italiani che si opponevano al governo papalino. Lo stesso Marcantonio fu, successivamente, tra i fondatori dell'Osservatore Romano (1861).Dopo le elementari frequentate in una scuola privata cattolica e la frequenza al liceo di Stato "Ennio Quirino Visconti", Eugenio Pacelli entrò nel Collegio Capranica e poi, dal 1894 al 1899, studiò teologia alla Gregoriana presso cui si dottorò nel 1901, quando già da due anni era stato ordinato sacerdote (1899). Del 1902 è la laurea in giurisprudenza in utroque iure (vale a dire, sia in diritto civile, sia in quello canonico), anche se non ebbe mai modo di praticare l'avvocatura, strada che seguì suo fratello Francesco, giurista per la Santa Sede e uno dei principali negoziatori dei futuri Patti Lateranensi del 1929. Eugenio sentì sin da piccolo la "vocazione": pare che nei momenti liberi amasse far finta di celebrare la Messa. Determinante per la sua formazione fu l’influenza che ebbe, a partire dall’età di 8 anni, il reverendo Giuseppe Lais, scienziato astronomo, discendente da una storica famiglia romana di origine sassone, per molti anni precettore e mentore del futuro papa Pio XII, in seguito insignito da papa Benedetto XV della medaglia d’oro pontificia. Dietro raccomandazione del cardinale Vincenzo Vannutelli, che più tardi sarebbe diventato decano del Sacro Collegio, Pacelli iniziò una rapida carriera nella Curia romana come segretario del cardinale Pietro Gasparri (futuro segretario di Stato), all'epoca sottosegretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici straordinari. Nel 1904, dopo la specializzazione accademica in relazioni fra Stato e Chiesa, fu promosso e divenne monsignore-ciambellano del papa Pio X. Pacelli vide con favore l'introduzione del Giuramento Antimodernista da parte di Pio X, preoccupato per le influenze libertarie che stavano contagiando il clero italiano, e si applicò con zelo alla stesura di un nuovo codice di diritto canonico e, a partire dal 1911, alla carica di consultore presso il Sant'Uffizio e nello stesso anno divenne sottosegretario della congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari. Come giovane prete fu artefice del concordato stipulato tra il Regno di Serbia e la Santa Sede il 24 giugno del 1914, pochissimi giorni prima dell'inizio della Grande Guerra. Se da un lato tale accordo garantiva finanziamenti statali all'episcopato cattolico in Serbia, dall'altro fu una delle cause dell'accentuarsi delle tensioni tra quello Stato e il confinante impero austro-ungarico, che culminarono poi nello scoppio del conflitto bellico. Il 13 maggio 1917 (lo stesso giorno della prima apparizione della Madonna a Fatima), Benedetto XV lo ordinò vescovo elevandolo in pari tempo alla dignità arcivescovile col titolo di arcivescovo titolare di Sardi e lo nominò nunzio apostolico in Baviera. Dopo la consacrazione, il neovescovo disse che mentre passeggiava nei Giardini Vaticani avrebbe assistito stupefatto al "miracolo del sole". Questa fu una delle cause della forte devozione di Papa Pacelli nei confronti della Madonna di Fatima. Dal 1925 Pacelli fu anche nunzio apostolico in Prussia. In tale veste egli concluse i concordati con i due Länder: in Baviera nel 1924, in Prussia nel 1929. Sempre nel 1929, l'11 febbraio, Mussolini e il cardinal Gasparri firmarono i Patti Lateranensi, frutto della mediazione di Domenico Barone e di Francesco Pacelli. Contemporaneamente, dal 1920, fu primo nunzio per l'intera Germania con sede nella nuova nunziatura di Berlino. Durante questi dodici anni Pacelli si avvicinò molto al mondo tedesco e conobbe bene la realtà politica della Repubblica di Weimar. Il 19 aprile 1919, durante la cosiddetta rivoluzione promossa dalla Lega spartachista, di ispirazione comunista, la nunziatura di Monaco di Baviera fu accerchiata da un gruppo di rivoluzionari, che intendevano farvi irruzione. Il leader del gruppo,Siedl, estrasse una pistola e la puntò al petto di Pacelli, il quale si era personalmente posto a difesa dell'entrata della nunziatura. Sebbene scosso, il nunzio non intendeva cedere, affiancato da una coraggiosa suora tedesca, Pascalina Lehnert che si era interposta tra i rivoluzionari e il nunzio. Siedl non se la sentì di andare avanti e ordinò agli spartachisti di ritirarsi. Pacelli scriverà a riguardo: « Sono dei veri e propri russi bolscevichi». Eugenio Pacelli fu nominato cardinale da Pio XI il 16 dicembre 1929; il 7 febbraio 1930 divenne segretario di Stato. Al fine di regolare le relazioni tra la Santa Sede e gli altri Stati, difendere le attività di scuole e ospedali cattolici, garantire le tasse ecclesiastiche e i beni materiali della Chiesa, negoziò diversi concordati con il Baden nel 1932, l'Austria nel 1933, la Jugoslavia nel 1935. Il più discusso tuttavia fu quello firmato a Roma il 20 luglio 1933 con la Germania del cancelliere Adolf Hitler, il Reichskonkordat. Questo concordato, che seguiva di pochissimi giorni la sigla del Patto a quattro, avvenuta sempre a Roma, fu particolarmente discusso in quanto insieme all'altro dava - pochi mesi dopo l'ascesa di Hitler al potere (30 gennaio 1933), la fine di ogni vita democratica in Germania e la proibizione di tutti i partiti politici, compreso quello cattolico del Centro (Zentrumspartei) - un ulteriore riconoscimento internazionale al regime nazista. Secondo molte testimonianze, Pacelli avrebbe ricercato con costanza un concordato sin dal periodo della sua nunziatura, negli anni venti. Heinrich Brüning, leader della Deutsche Zentrumspartei, partito cattolico di centro, dichiarò nelle sue memorie che Pacelli, in occasione di un incontro del 1931 (quando Brüning era cancelliere), avrebbe insistentemente premuto per la dissoluzione dell'accordo di coalizione con il partito socialdemocratico, ponendola quasi come una condizione per la stipula del concordato, ma il cancelliere avrebbe respinto la sollecitazione considerando che il prelato fosse in grave errore di valutazione sulla situazione politica tedesca e, in particolare, sul peso del nascente partito nazista. In ogni caso il Reichskonkordat, malgrado le apparenti garanzie per la Chiesa (soppresse nell'Ottocento per il Kulturkampf) e i fedeli tedeschi, fu sistematicamente violato dai nazisti e Pacelli stesso inviò 55 note di protesta per la violazione da parte del Reich nel periodo 1933-1939: la Chiesa cattolica nella Germania nazista avrebbe lamentato di dover agire in condizioni difficili. Questo tentativo fallito di venire a patti con il nazismo (sono del 1936 le pressioni fatte anche dalla Chiesa verso Hitler perché aiutasse i falangisti di Francisco Franco a rovesciare il governo marxista in Spagna[3]) condusse Pio XI a stilare un'ammonitoria enciclica nel 1937, dal titolo Mit brennender Sorge (Con viva preoccupazione). Tra il 1937 e il 1939 si esplicita pienamente una differenza tra Pio XI e il suo segretario di Stato, Eugenio Pacelli, il quale è sempre deciso a seguire una via diplomatica di mediazione con il regime nazista – via che, del resto, cercherà di recuperare ansiosamente appena salirà al soglio pontificio – mentre le posizioni di papa Ratti sembrano propendere per la rottura.[4] Come Segretario di Stato, fu spesso in viaggio sia con una serie di importanti missioni diplomatiche negli Stati Uniti nel 1936, sia con la partecipazione a una serie di congressi eucaristici in Ungheria e Argentina, o a manifestazioni religiose a Lourdes o Lisieux, viaggi che gli permisero, tra l'altro, di farsi conoscere dalle gerarchie cattoliche esterne alla Curia Romana. Pacelli fu tra i primi prelati ad usare l'aereo per i suoi spostamenti e per questo un giornale americano lo soprannominò il "cardinal volante". Pio XI morì il 10 febbraio 1939. In qualità di camerlengo, toccò proprio a Pacelli dirigere il conclave che ne seguì. Il 2 marzo 1939, dopo solo tre scrutini e un giorno di votazioni, la scelta ricadde sullo stesso Pacelli, che si impose il nome di Pio XII, a simboleggiare la continuità dell'operato con il precedente capo della Chiesa. Fatto insolito per un conclave, fu eletto colui che, alla vigilia, aveva le migliori possibilità di diventare papa. In effetti Pacelli rappresentava un'ottima scelta politica in quanto era il più esperto in diplomazia tra i cardinali del Collegio. Pacelli fu il primo segretario di Stato dal 1667 (Clemente IX) e il secondo camerlengo (dopo Leone XIII) a venir eletto papa. L'elezione e l'incoronazione di Pacelli ebbero un'accoglienza mista in Germania. Da parte di alcuni settori della stampa tedesca, giunsero commenti alquanto ostili: il Berliner Morgenpost scrisse che «l'elezione di Pacelli non è accolta favorevolmente in Germania poiché egli è sempre stato ostile al nazionalsocialismo»; la Frankfurter Zeitung scrisse che «molti dei suoi discorsi hanno dimostrato che non comprende del tutto le ragioni politiche e ideologiche che hanno iniziato la loro marcia vittoriosa in Germania».[5] D'altra parte l'elezione è accolta favorevolmente in ambienti diplomatici: il capo del Dipartimento degli Affari vaticani presso il Ministero degli Affari esteri del Reich, il consigliere Du Moulin, redige un memorandum sulle tendenze politiche e sulla personalità del nuovo pontefice ove si descrive il neo eletto come «molto amico della Germania». A Berlino ci si ricorda che Pacelli fu il promotore del Concordato fra la S. Sede e il Terzo Reich e che quando le relazioni fra Chiesa e regime nazionalsocialista si fecero tese, l'atteggiamento del segretario di Stato fu sempre, secondo i dispacci dell'ambasciatore Bergen, molto più conciliante di quello di Pio XI. Il giorno stesso della elezione del nuovo pontefice, il conte Ciano, ministro italiano degli Affari esteri, annotava nel suo diario che alla vigilia, Pignatti di Custoza, ambasciatore d'Italia presso la S. Sede, gli aveva detto essere Pacelli il cardinale favorito dai tedeschi. Uno dei primi atti di Pio XII dopo la sua elezione fu, nell'aprile del 1939, quello di togliere dall' Indice i libri di Charles Maurras, animatore del gruppo politico di estrema destra, antisemita e anticomunista, Action Française (che aveva molti simpatizzanti e seguaci cattolici), ai cui aderenti revocò, tra l'altro, anche l'interdizione dai sacramenti irrogata da Pio XI. Alcuni storici tendono a leggere questo episodio non tanto in chiave antisemita quanto pragmaticamente anticomunista, stante la necessità di favorire gruppi e aggregazioni che sapessero competere, quanto a organizzazione e rapidità di azione politica, con quelli di ispirazione marxista, la cui capacità di mobilitazione nelle Brigate Internazionali nella recente Guerra di Spagna era chiaramente emersa. Altri storici, comunque, sono del parere che il provvedimento sarebbe stato in linea con una minore riprovazione nei confronti del pregiudizio antisemita, in un periodo storico in cui anche l'Italia iniziava a dar concreta applicazione alle c.d. leggi per la difesa della razza.Secondo la sociologa e storica francese Jeannine Verdès-Leroux, i discorsi antisemiti divulgati da L'Action Française hanno contribuito «a rendere "possibile", "accettabile" l'introduzione dello statuto degli ebrei nell'ottobre 1940; l'assuefazione ai discorsi di Maurras e dei suoi accoliti – discorsi che si erano diffusi, avevano oltrepassato la cerchia degli adepti – ha attenuato, in qualche modo, il carattere mostruoso di quelle misure». Nella sua prima enciclica Summi Pontificatus (1939), Pio XII attaccò genericamente qualsiasi forma di totalitarismo. Sempre nel 1939, proclamò san Francesco d'Assisi e santa Caterina da Siena patroni d'Italia. Nel 1940 riconobbe definitivamente le apparizioni di Fatima e consacrò nel 1942 il mondo intero al Cuore Immacolato di Maria. Inoltre incontrò più volte suor Lucia e le ordinò di trascrivere i famosi segreti di Fatima diventando quindi il primo pontefice a conoscere il famoso terzo segreto che ordinò però di far restare nascosto. Eletto in un periodo di grandi tensioni internazionali, con il regime nazista che iniziava ad occupare molti territori europei, il Papa tentò invano di scongiurare il rischio di una nuova guerra mondiale con diverse iniziative fra cui la più famosa è il discorso alla radio del 24 agosto 1939 in cui pronunciò la frase simbolo del suo pontificato: "Nulla è perduto con la pace; tutto può essere perduto con la guerra". Tuttavia furono inutili. Il 1º settembre, la Germania invade la Polonia e il 3, Francia e Regno Unito rispondono all'attacco: è la seconda guerra mondiale. Papa Pacelli tentò con altri appelli di far cessare le ostilità e organizzò aiuti alle popolazioni colpite e creò l'ufficio informazioni sui prigionieri e sui dispersi. Cercò, inoltre di distogliere il fascismo dall'idea di far entrare in guerra l'Italia ma nonostante ciò il 10 giugno del 1940 anche l'Italia entrò in guerra. Vari e ripetuti furono gli appelli del Papa in favore della pace. Vanno ricordati in particolare i radiomessaggi natalizi di Pio XII del 1941, 1942 e 1943, in cui Pacelli delineava anche un nuovo ordine mondiale basato sul rispetto reciproco fra le Nazioni e i popoli. Nel 1942, nel tentativo di fermare la guerra, appoggiò l'operazione "Orchestra Nera", formata da dissidenti nazisti, esponenti democratici, sacerdoti cattolici, pastori protestanti con l'obiettivo di assassinare Hitler e fermare la guerra. Pio XII, si fece garante presso gli Alleati e chiese loro di sostenere l'Orchestra Nera. Tuttavia i britannici non appoggiarono l'operazione e questa naufragò. Nel 1941 trasforma la Commissione delle Opere Pie, nata nel 1887, nell'Istituto per le Opere di Religione (IOR), diventando un istituto di credito. Una delle accuse più gravi che si rivolgono a Pio XII è di non aver mai condannato né di essersi impegnato per fermare le deportazioni degli Ebrei nei campi di concentramento, di cui era forse a conoscenza; tale critica sostenuta solo dopo molti anni dagli eventi, ha però il vizio di essere affermata solo da esponenti anticattolici e anticlericali. In effetti, secondo stime indipendenti e ampiamente documentate da numerosissime testimonianze, la Chiesa cattolica durante il pontificato di Pio XII è stata la principale sostenitrice nei fatti nel contrastare il genocido ebraico, pagando anche con la vita di molti religiosi; una stima imprecisa valuta che circa 600.000 ebrei siano stati salvati dall'Olocausto, un numero molto superiore a quello ottenuto da altre organizzazioni umanitarie e chiese cristiane messe insieme; questo grazie all'opera nascosta di sacerdoti, frati, suore, laici, i quali operarono sicuramente con la benedizione segreta di papa Pio XII. Si ricordi che i futuri papi Roncalli, Luciani e Wojtyla salvarono e nascosero ai Tedeschi gruppi e famiglie ebraiche. Il Papa stesso offrì rifugio a numerosi Ebrei nei palazzi del Vaticano e nelle chiese romane. La controversia sul ruolo di Pio XII durante le persecuzioni naziste nei confronti degli ebrei è, comunque, tuttora lungi dall'essere chiusa: lo Yad Vashem, il museo dell'Olocausto di Gerusalemme, ospita dal 2005 una fotografia di Pio XII, la cui didascalia in calce ne definisce «ambiguo» il comportamento di fronte allo sterminio degli ebrei. A seguito di formale richiesta di modifica di tale didascalia nel 2006 i responsabili del museo si mostrarono disposti a riesaminare la condotta di Pio XII a condizione che ai propri ricercatori venisse concesso di poter accedere agli archivi storici del Vaticano; tale permesso non fu mai accordato. Più recentemente, il nunzio apostolico mons. Antonio Franco dapprima declinò, poi decise di accettare, l'invito a partecipare alla commemorazione della Shoah tenutasi al museo il 15 aprile 2007. Nell'occasione il direttore del museo stesso, Avner Shalev, promise che avrebbe riconsiderato la maniera in cui Pio XII era descritto nella didascalia. Al momento tuttavia la didascalia non ha mai subìto alcuna modifica. Durante l'occupazione nazista dell'Italia, dopo l'8 settembre, offrì asilo politico presso la Santa Sede a molti esponenti politici antifascisti tra cui Alcide De Gasperi e Pietro Nenni, appellandosi al fatto che la Città del Vaticano era uno Stato sovrano. Non sempre i Tedeschi rispettarono l'extraterritorialità di alcune altre aree a Roma, di pertinenza della Santa Sede: nell'inverno del 1943 i Tedeschi fecero irruzione nella Basilica di San Paolo fuori le Mura dove arrestarono chi vi si era rifugiato, ed è stato scoperto di recente un piano segreto di Hitler che prevedeva l'occupazione del Vaticano e l'arresto di Pio XII, il quale secondo il dittatore nazista ostacolava i piani della Germania [12]. A questo proposito, per evitare che Hitler tenesse prigioniero il Papa, Pacelli preparò una lettera di dimissioni da utilizzare in caso di propria cattura, dando istruzioni di tenere un successivo Conclave a Lisbona. Nel 1943, quando i tedeschi imposero agli Ebrei romani di versare oro in cambio di una effimera e temporanea salvezza, il Vaticano contribuì fornendo 20 dei 50 chili d'oro richiesti. Secondo molti storici, i tedeschi avrebbero poi organizzato il ratto del ghetto di Roma proprio per affronto a papa Pacelli. Il 19 luglio 1943 dopo il violento bombardamento di San Lorenzo a Roma, si recò nei quartieri colpiti, uscita eccezionale del Pontefice dal Vaticano (allora il Papa usciva dal suo Stato in casi estremamente rari).. Il 4 giugno 1944, dopo la liberazione ricevette in Vaticano i soldati alleati. La domenica successiva i Romani si recarono in massa a Piazza San Pietro a salutare e a festeggiare il Papa, che, di fatto, era l'unica autorità rimasta nella capitale dopo l'8 settembre. Neutrale durante il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, dovette a guerra finita fronteggiare la nascita della guerra fredda e della divisione del mondo in due blocchi contrapposti. In questo caso, però, il Papa non si mantenne sopra le parti ma si schierò decisamente contro il comunismo, di cui fu un fermo oppositore. Nelle elezioni del 1948 si schierò con determinazione a favore della Democrazia Cristiana, favorendone la schiacciante vittoria, e appoggerà sempre con slancio questo partito anche se non condivise alcune scelte di Alcide De Gasperi, tra cui il rifiuto di quest'ultimo di collaborare con i partiti di destra. Nel 1949, dimostrò un certo interesse alle opere di carità - ricevette in visita il sacerdote Giulio Facibeni, noto per aver fondato l'Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa - e tolse la sospensione a divinis a Don Zeno, fondatore della comunità di Nomadelfia. Inoltre, impose al Sant'Uffizio di "lasciar stare Padre Pio". L'anno successivo, con un atto clamoroso a livello mondiale, scomunicò tutti i comunisti e, in seguito alle persecuzioni dei cristiani nell'Europa dell'Est, i capi di governo ad essi riferiti. Inoltre cercò di attivare contatti e di salvare i cattolici dalle deportazioni nei gulag sovietici, pur senza riuscirci. Ma in un mondo ancora segnato dalle ferite della guerra, intuì che più che un Papa politico, la gente aveva bisogno di un "pastore angelico che porta il suo gregge sulle vie della pace". Con questi intenti, Pio XII proclamò il Giubileo del 1950, cui molti si dichiararono contrari. In tanti, sostenevano che l'Italia ancora distrutta dalla guerra non era in grado di reggere ad una manifestazione di respiro mondiale. Invece, il Giubileo con il suo messaggio di riconciliazione, speranza e pace fu un vero trionfo con oltre un milione e mezzo di pellegrini che tra l'altro contribuì a far conoscere le bellezze italiane all'estero, favorendo i primi boom turistici. Durante il Giubileo con la bolla Munificentissimus Deus istituì il dogma dell'Assunzione di Maria ricorrendo per l'unica volta in tutto il Novecento all'infallibilità papale. Inoltre, venendo incontro alle numerose richieste dei fedeli, proclamò santa Maria Goretti, sebbene fossero passati solo due anni dalla sua beatificazione (all'epoca il diritto canonico prevedeva che passassero almeno vent'anni). Tuttavia, in molti videro questa canonizzazione come un gesto anti-femminista. Negli anni successivi, Pio XII, anche per il suo carattere schivo e introverso, s'isolò molto, non convocando più nuovi concistori e ridusse all'osso l'organizzazione della Curia Romana (dal 1944 non nominò nessun nuovo Segretario di Stato). Tuttavia fu un Papa particolarmente amato dalla gente: istituì l'Angelus domenicale dalla finestra di Piazza San Pietro e fu il primo Papa ad essere trasmesso in televisione (sul cui uso emise anche un'enciclica). Grazie alle sue numerose conoscenze linguistiche fu uno dei primi a rivolgersi in lingua straniera ai pellegrini che venivano a Roma. Nel 1951 affermò nella Humani Generis la compatibilità tra fede cattolica ed evoluzionismo. Nel 1952 in un famoso discorso alle ostetriche ammise che i coniugi avessero rapporti sessuali durante il periodo di sterilità naturale della donna che è ancora oggi l'unico mezzo di contraccezione riconosciuto dalla Chiesa. Inoltre in molti discorsi ai giovani sposi, rilanciò il ruolo della famiglia e del matrimonio e indicò la Sacra Famiglia come modello di santità per le famiglie. Venendo incontro alle richieste del mondo moderno autorizzò diversi provvedimenti, preludio delle riforme del Concilio Vaticano II: permise la celebrazione della Messa nelle ore serali, apportò modifiche alla lettura dei Salmi nel Breviario dei sacerdoti, riorganizzò l'ufficio del digiuno eucaristico riducendolo a tre ore per i cibi solidi, a un'ora per le bevande, a zero ore per l'acqua e i medicinali. Consapevole dei benefici apportati dal progresso, ma anche dei pericoli insiti in esso, aggravati dall'instabilità della situazione internazionale dovuta alla guerra fredda, Pio XII era convinto che la vera pace avrebbe potuto scaturire solo da un nuovo ordine cristiano del mondo. Un tale ordine gli sembrava minacciato dalla perdita del senso di responsabilità individuale, schiacciato dalla massificazione sociale, in cui ognuno era come diventato una semplice ruota di organismi privi di consapevolezza, e in cui la libertà risultava dunque svuotata: "È però un fatto doloroso che oggi non si stima e non si possiede più la vera libertà. [...] Questa è la condizione dolorosa, la quale inceppa anche la Chiesa nei suoi sforzi di pacificazione, nei suoi richiami alla consapevolezza della vera libertà umana [...] Invano essa moltiplicherebbe i suoi inviti a uomini privi di quella consapevolezza, ed anche più inutilmente li rivolgerebbe ad una società ridotta a puro automatismo. Tale è la purtroppo diffusa debolezza di un mondo che ama di chiamarsi con enfasi "il mondo libero". Esso si illude e non conosce se stesso". La salute di Pio XII si aggravò durante la fine del decennio: fu afflitto per molto tempo da un singhiozzo continuo, dovuto forse ad una gastrite. Poi nel 1956 una malattia lo portò in fin di vita ma sopravvisse. Secondo alcune testimonianze, durante la malattia ebbe un'apparizione di Cristo che lo avrebbe miracolosamente guarito. Pare che papa Pacelli gli abbia chiesto di "portarlo via" («Voca me») ma Gesù abbia replicato che «non è ancora arrivato il momento». L'Osservatore Romano confermò la notizia dell'apparizione. Tra i suoi ultimi atti ufficiali, l'enciclica Fidei Donum (1957) con la quale invitò la Chiesa intera a riprendere lo slancio missionario soprattutto condividendo i sacerdoti con le giovani chiese. XII morì a Castel Gandolfo alle 3:52 del 9 ottobre 1958 a seguito di un'ischemia circolatoria e di collasso polmonare, all'età di 82 anni. L'archiatra papale, Riccardo Galeazzi Lisi, scattò di nascosto delle fotografie al Papa agonizzante e le vendette a prezzo d'asta ai giornali, insieme al resoconto degli ultimi giorni di vita del Pontefice. Fu uno scandalo e il collegio cardinalizio lo licenziò in tronco ma le foto avevano già fatto il giro del mondo. La salma di Pio XII fu trasportata in Vaticano con un carro funebre del Comune di Roma. Per l’imbalsamazione della sua salma, lo stesso Galeazzi Lisi decise di adottare un nuovo metodo. La tecnica applicata sul corpo del pontefice, che era già in stato di decomposizione, si rivelò invece un completo fallimento. Per rimediare, venne convocato davanti alla salma, che giaceva ancora nella basilica, un gruppo di medici legali esperti nel campo dell'imbalsamazione. Gli esperti eseguirono una nuova imbalsamazione utilizzando ovatta e formalina, riuscendo a rallentare il processo di decadimento organico. Ma nonostante il nuovo intervento la situazione era oramai compromessa; ciò costrinse gli addetti a posare sul volto del papa una maschera di cera (cerone mischiato a composti alcalini). Eugenio Pacelli è sepolto nelle Grotte Vaticane vicino alla tomba di Pietro, che egli contribuì a individuare. Il 18 ottobre 1967, otto anni dopo la sua morte, Paolo VI ne aprì il relativo processo diocesano per la causa di beatificazione e canonizzazione. La causa per la beatificazione ha sollevato dubbi soprattutto all'interno della comunità ebraica, a motivo del suo silenzio sullo sterminio degli ebrei, ma anche all'interno della stessa Chiesa Cattolica. Il 19 dicembre 2009, con un decreto firmato da papa Benedetto XVI che ne attesta le virtù eroiche, è stato proclamato venerabile. Critiche in merito sono venute dalle comunità ebraiche. Diversi rabbini hanno parlato di scelta che addolora e riscrive la storia.

venerdì 25 dicembre 2009

Quando Pio XII andava a trovare i Gerini in Villa


Nella foto: Arturo Villoresi con la moglie sulla copertina del suo libro.
Si fa un gran parlare della beatificazione di Pio XII in questo Santo Natale 2009, ma forse non tutti sanno i rapporti che questo Papa aveva con la nostra città. Ce li facciamo raccontare da un cronista d'eccezione, Arturo Viloresi, che nel suo manoscritto "Sesto Fiorentino: notizie di storia, geografia, arte" del 1950, reperibile presso la Biblioteca comunale ne dà notizia: "Corte (Villa Gerini) (L'origine del nome "Corte" ci riporta all'epoca dei Goti e dei Longobardi i quali, secondo il costume germanico tramandatoci da Tacito, non permettevano che le abitazioni fossero tra loro accanto in guisa che ciascun domicilio era circondato da uno spazio di terreno che si chiamò "Corte". Il quale nome in seguito più latamente fu applicato ai palazzi di proprietà regia, alle residenze di giustizia, ossia tribunale dei messi, o giudici straordinari di natura regia e finalmente al distetto territoriale di un possesso ustico di villa, di un circondario di castello, o villaggio, o terra; così che tanto aveva la sua corte un podere, quanto un pretorio una vasta tenuta, un qualche territorio di comunità). Vicino a Doccia, poco più in basso ma in bella posizione è la bella villa, rinodernata ai primi del secolo scorso, che appartenne fino dal XIV secolo a messer Filippo di Barone Cappelli, cittadino di grande autorità e gonfaloniere insigne della Repubblica Fiorentia, l'anno 1382. Rimase in questa famiglia che aveva le sue case in Firenze nel popolo di Santa Maria Maggiore, fino all'anno 1654, quando per la morte del capitano Niccolò Cappelli, il suo testamentario vendè la villa per tremila scudi al Marchese Ferrante di Niccolò Capponi il quale, per suo testamento nel 1688, chiamò erede usufruttuaria dei detti beni, sua moglie Margherita nata Capponi, vedova già del conte Orlando del Benino, ed eredi proprietari dei beni medesimi, i conti Giovan Francesco ed Orlando del Benino suoi figliastri. (La famiglia del Benino ebbe due martiri della libertà nelle persone di Francesco di Neri e di Carlo di Filippo, di cui il primo, arrstato a Campi insieme con altri fuoriusciti, fu come ribelle giustiziato il 15 gennaio 1537; mentre il secondo, il 7 settembre 1554, un lunedi, fu dal Magistrato degli Otto, posto con altri in pena di ribelle, con la confisca dei beni, per esser venuto meno con l'esercito francese contro il duca Cosimo dei Medici. Furono, i Del Benino, benemeriti delle arti e fu presso il conte Ferdinando che trovò largo aiuto e signorile protezione il Duprè che muoveva i primi passi nella scultura nella quale acquistò fama imperitura). L'ultimo di costoro, Orlando, il 28 aprile 1788 sposava la marchesa Ortensia del marchese Carlo Francesco Gerini, dai quale nacque il conte Ferdinando Malevolti del Benino, che morendo senza discendenti il 15 giugno 1860 lasciava erede il cugino marchese Carlo Gerini, che a sua volta passava la villa a sua figlia Maddalena andata sposa al marchese Zappi di Imola, per poi tornare modernamnte al marchese Piero Gerini, che morendo l'anno 1939 lasciava questa bella villa alla consorte marchesa Elisabetta (n.d.r. era invece Maria Teresa) Pacelli. L'interno della villa è ricco d'opere d'arte riunite con passione e coltivate con cura intelligente dal marchese Piero. Verso la fine del XV secolo, quando era proprietario il conte Del Benino furono qui trasportati i bellissimi cartoni dipinti dal Salviati, per alcuni arazzi ordinati dal re di Francia (tali cartoni esistevano l'anno 1821). Vi è annesso alla villa un vasto giardino alberato da magnifici esemplari di piante d'alto fusto, ricco di acque che incanalate scendono dal monte sovrastante per riversarsi in un laghetto ed in varie vasche. (Il giardino ed il parco vennero ampliati disfacendo parte dell'immenso podere dallo stesso marchese Ginori, dopo che entrò in possesso della villa l'anno 1860). In occasione del martimonio Gerini-Dufour Bertè, che avvenne nella primavera dell'anno 1938, fu ospite di questa villa e benedisse quelle nozze, l'allora Sua Eminenza il cardinale Pacelli (cugino del padre della marchesa Elisabetta (n.d.r era invece Maria Teresa) Pacelli Gerini) ora S.S. Pio XII".

domenica 20 dicembre 2009

La famiglia Gerini


I Gerini nascono come speziali e fin dai primi documenti che appaiono con il loro nome, nei primi del secolo XIV, sono compresi tra le famiglie fiorentine più abbienti, segno che il loro lavoro doveva dare delle grosse soddisfazioni. Poi divennero mercanti e iniziarono ad espandersi in Europa aprendo banchi d'affari. Nel '400 seguirono i fiorentini che intraprendevano la strada del commercio verso il Levante e, in concorrenza con Venezia, iniziarono ad inviare ad Oriente stoffe e prodotti artigianali fiorentini, per poi comprare con il ricavato le spezie che sarebbero stato smerciate in Italia ma non solo. Era il tempo in cui in Oriente il fiorino d'oro si scambiava alla pari con il ducato veneziano. Agli inizi del '500 i Gerini formano una compagnia con i Corsini, aprendo un banco d'affari a Londra specializzato nel cembio di valute. Nel 1499 fu priore di Firenze Girolamo Gerini, proprio mentre Firenze era ancora percorsa dai fremiti degli scontri per il Savonarola e con i Medici che premevano per tornare in città dopo che nel 1494 era stato scacciato Piero. I Gerini comunque escono indenni dalla burrasca seguita al ritorno dei Medici ed all'assedio di Firenze del 1530 e ne abbiamo dimostrazione con il matrimonio di Andrea, nipote di Girolamo con una Medici. Il figlio Carlo saprà conquistarsi poi la fiducia del cardinale Carlo de' Medici che gli fece addirittura ottenere il titolo marchionale da Filippo IV re di Spagna, dopo che aveva acquistato, grazie ancora ai Medici, vasti possedimenti in Abruzzo. Dello stesso ramo della famiglia faceva anche parte Pierantonio Gerini, che fece parte delle alte sfere dell'esercito toscano alla corte di Cosimo III de' Medici, da cui ebbe l'incarico di controllare le scorribande del figlio Ferdinando, inquieto principe che tanto aveva preso dalla madre Marguerite Louise D'Orleans che tanto si dolse della vita monotona di corte a Firenze a confronto con quella esagerata di Parigi. I Lorena portarono grossi cambiamenti a Firenze ma i Gerini restarono ancora in sella, cambiando però interessi. Nel secolo XVIII li videro impegnati nella stampa di opere di grafica che renderanno famoso un artista come Giuseppe Zocchi. I Gerini erano gente corretta, buoni amministratori, fedeli agli impegni: per questo anche con i Lorena al potere, la famiglia continuò a godere la fiducia dei governatori. Convinti come i Lorena che le riforme valessero più di ogni rivoluzione, divennero ottimi amministratori anche del nuovo stato toscano. Più tardi i Gerini plaudirono all'impegno di Papa Pio IX che fu più volte invitato a Firenze sia nella loro villa de Le Maschere a Barberino di Mugello, che nel loro palazzo fiorentino di via Ricasoli. Quest'ultimo sorse in quella che si chiamava via del Cocomero per la presenza del teatro che portava lo stesso nome, su un ampliamento del preesistente edificio di proprietà, guardacaso, dei Ginori. Acquistato dai Da Gagliano, famiglia proveniente dal Mugello, nel 1455, fu ampliato dagli anni '80 del '400 fino ai primi del secolo successivo. Il palazzo fu venduto ai Salviati fino alla cessione definitiva ai Gerini del 1650. Nel 1798 i Gerini aggiunsero al primo palazzo un'altra proprietà ceduta dai Serguidi.

venerdì 18 dicembre 2009

Breve storia e descrizione della Villa Gerini e del suo parco

Villa Gerini si trova in via XX Settembre, 259 nella località di Colonnata a Sesto Fiorentino (FI).

La villa, circondata da un ampio parco, risulta documentata come residenza extraurbana fin dal XIV secolo, quando ne era proprietaria la famiglia fiorentina dei Cappelli. Nel 1654 passò ai Capponi, che la lasciarono in eredità alla famiglia Malevolti Del Benino, l'ultimo dei quali sposò nel 1788 Ortensia Gerini. Nella seconda metà dell'Ottocento diviene proprietario il marchese Carlo Gerini, a cui si devono l'aspetto e la denominazione odierna della villa. L'edificio è stato oggetto di continue e rielaborazioni lungo l'arco dei secoli; l'aspetto severo e le monumentali dimensioni odierne derivano in gran parte dagli interventi condotti dalla famiglia Gerini.Il parco risalente al XIX secolo, a seguito di una trasformazione di orti e poderi circostanti, è composto da un boschetto di lecci tagliato da vialetti, da un parterre a prato con ornamenti e vasche in pietra e da un lago artificiale nel mezzo del quale affiorano due isolotti che ospitano un padiglione destinato a sala da thè. Si accede alla villa attraverso una scalinata che si affccia su un imponente atrio, comunicante con tutti gli ambienti interni, per una superficie complessiva di 500 mq circa al pianterreno e 300 a quello superiore. Incantevole anche la serra che ha all'interno una parete ornata a spugne, e le altre affrscate, con piatti della manifattura ginori messi come tondi ornamentali.

lunedì 14 dicembre 2009

Giornata 1 - Tappa 2 del "Cammino di Pinocchio": Il parco della villa Gerini è il Campo dei Miracoli


Nella foto: villa Gerini
L'ex manifattura di Doccia, che abbiamo preso come tappa numero 1 del "Cammino di Pinocchio" è esattamente al centro del percorso che segue le tracce sul territorio alla scoperta delle ambientazioni del libro scritto da Carlo Collodi. Ovviamente un tratto presegue verso l'area del quartiere fiorentino di Castello, un altro prosegue lungo il centro di Sesto Fiorentino, cittadina dell'hinterland fiorentino, fino ad arrivare al quartiere fiorentino di Peretola. Per adesso abbiamo deciso di dirigersi verso questo secondo tratto. Ecco quindi che proprio di fronte all'ingresso della Manifattura troviamo la villa Gerini con il suo parco. Ecco ecco quindi quello che ci racconta il noto studioso sestese Nicola Rilli, che ha intervistato gli amici di Carlo Collodi poco dopo la sua morte nel suo libro "Pinocchio in casa sua": "Come abbiamo detto, la Volpe e il Gatto condussero Pinocchio nel Paese dei Barbagianni e cioè a Colonnata, accanto al Campo dei Miracoli (...). Era un prato assai bello, con un bel bosco da una parte e un platano vecchissimo. Pensate che ha una circonferenza di più di sei metri, ha il tronco vuoto ove si entrerebbe comodamente seduti a prendere il caffè ed è uno degli alberi più vecchi della zona. Ora quel prato è il giardino della villa Gerini che è uno dei più bei giardini che si possono ammirare da quelle parti. Adesso, ragazzi, vi spiego perché quel prato fu chiamato dal Lorenzini il Campo di Miracoli. Carlo come abbiamo detto, bazzicava l'Osteria del Gambero Rosso e in quel tempo successo un fatto curiosissimo. Il giardiniere della villa, che si chiamava Francesco Zoppi, un bel giorno trovò . Il fatto fece molto chiasso e, come potrete immaginare, il tesoro si ingrossò talmente da diventare colossale. Infatti i cento fiorini d'oro trovati, il giorno dopo diventarono cinquecento, dopo due giorni erano mille, poi duemilacinquecento ecc., come se uno li avesse seminati nella notte e si fossero moltiplicati. Lo Zoppi consegnò, com'era giusto, il tesoro al legittimo proprietario, che allora era il Conte Orlando del Benino. E siccome la gente cattiva rimproverava lo Zoppi di aver ridato tutto quell'oro al Conte, per non passare da sciocco, andava dicendo a tutti: (...) a me queste storie le ha raccontate il nipote Bruno Zoppi (...).".

martedì 8 dicembre 2009

La porcellana rende Sesto importante fin dall'alba dei tempi


Nella foto il gruppo "Il cammino di Pinocchio sulla tomba de' La Montagnola'"
Nella zona di Olmicino si ritrovano le prime evidenze archeologiche sestesi. Risalgono al Mesolitico ed è presumibile che il territorio sia stato frequentato sporadicamente durante il Paleolitico. Probabilmente gli insediamenti umani più antichi erano localizzati sulle alture che circondano l'area. La loro assenza sui rilievi a nord però potrebbe anche essere il risultato delle intense attività erosive che possono aver alterati i depositi pleistocenici. Il ritrovamento del piccolo stock di armature ipermicrolitiche mesolitiche raccolte all'interno di un cantiere edile in via dell'Olmicino è importante soprattutto per sua posizione geografica: non si tratta di un sito di altura, ma di un insediamento di pianura.Ma è nello studio dell'eneolitico che subentra l'importanza della nostra area: infatti le facies (termine più preciso con cui un tempo si indicava la "cultura") enelotiche della Toscana nordocidentale sono note soprattutto grazie agli scavi nel territorio sestese. Da qui provengono significative testimonianze relative agliinsediamenti, mentre non si conoscono dati sulle modalità funerarie. La presenza di siti pluristratificati e di datazioni radiometriche ha permesso di definire una scansione della facies locale dell’Eneolitico in tre fasi. La prima è una fase formativa. La produzione ceramica si caratterizza per l’abbondanza di forme basse semplici, troncoconiche e a calotta, d’impasto depurato. La decorazione è costituita da motivi graffiti a fasci di zigzag, piccole bugne anche a coppie, elementi per i quali è stata sottolineata una diretta discendenza dalla facies tardoneolitica di tipo chasseano, confermata dalla posizione stratigrafica dell’insediamento di Via Verga. La produzione in impasti grossolani presenta sporadicamente i trattamenti delle superfici a striature e a squame. La seconda fase, per la quale si è prevalentemente studiato il sito in via Leopardi, vede l’affermarsi di una produzione di forme dal profilo articolato profonde e medie, associate a forme semplici cilindriche e troncoconiche. La decorazione è prevalentemente costituita da squame e striature, ma sono presenti anche impressioni disposte su file e larghe solcature. Si segnala la presenza di anse a nastro sopraelevate sull’orlo e di cordoni multipli. Gli impasti sono grossolani. La seconda fase eneolitica di Sesto Fiorentino testimonia di una complicata rete di rapporti tra la Toscana settentrionale e diverse aree dell’Italia centromeridionale, sia con il versante adriatico sia con il versante tirrenico. Nella terza fase, rispetto alla precedente, si osserva la scomparsa delle forme composte a favore di quelle profonde semplici, cilindriche e troncoconiche, decorate da squame o più frequentemente da striature. Permangono le anse sopraelevate sull’orlo e i cordoni, anche multipli. Nonostante la vicinanza geografica, si può osservare come i caratteri condivisi tra i due gruppidella Toscana settentrionale siano solo molto generici; in genere questa differenza vieneinterpretata come conseguenza di un maggiore isolamento del gruppo occidentale, che sviluppaalcuni caratteri generali dell’Eneolitico dell’Italia centrale, tra cui il gusto per le superfici scabre, la prevalenza di forme profonde e semplici, creando un aspetto locale che non viene poi interessato dalle importanti correnti che hanno coinvolto la penisola nel corso del III millennio; al contrario, il gruppo orientale avrebbe assorbito e rielaborato gli impulsi esterni in modo dinamico, come sembra testimoniare la molteplicità delle influenze riconoscibili nella produzione ceramica.

mercoledì 2 dicembre 2009

lo sviluppo della porcellana a Sesto nel corso dell'800

Tra la fine dell'800 e gli inizi del '900 furono fondate le prime manifatture artigianali, spesso ad opera di maestranze uscite dalla Manifattura Ginori. Verso il 1891 fu fondata la Società Ceramica Colonnata, intorno al 1896 la Società Industriale per la Fabbricazione delle Maioliche Artistiche che agli inizi del '900 sarebbe stata rilevata da uno dei soci fondatori, Egisto Fantechi. Nel corso del primo quindicennio del '900 furono costituite la Cooperativa Ceramica Federale, la Manifattura Ernesto Conti e la Ceramica Artistica Alfredo Ciulli. Altre manifatture artigianali iniziarono la loro attività negli anni '20: la Barraud&Messeri, la Carraresi e Lucchesi, la Manifattura Alma, la S.A.C.A. Alla vigilia del secondo conflitto mondiale le manifatture ceramiche artigianali erano circa trenta. La produzione di talune aziende rimase entro i canoni stilistici di fine Ottocento, altre manifatture seppero invece cogliere il pungolo dei filoni contemporanei. Il grande sviluppo della produzione artigianale avvenne tuttavia solo nel secondo dopoguerra, ancora una volta in coincidenza con un momento di crisi e di trasformazione della manifattura Richard-Ginori. Oggi la maggior parte di esse sono o scomparse o si sono trasferite, come le Porcellane Mangani, nei territorio vicini, come Calenzano. Questo nell'ambito di alcune agevolazioni fiscali che interessarono i comuni limitrofi ad inizio '900 classificati dal Governo come paesi da sviluppare, al contrario di realtà importanti come Sesto Fiorentino. Comunque ancor oggi qualche decina di aziende del settore continuano ad essere rappresentate sul territorio oltre al colosso Richard-Ginori.

domenica 22 novembre 2009

V Periodo - Carlo Benedetto Ginori Lisci 1879-1896

Con la direzione di Carlo Benedetto Ginori Lisci la manifattura di Doccia vive un periodo d'intensa attività: con l'introduzione dell'energia elettrica viene di fatto aumentato fino a sedici il numero dei forni, con un conseguente straordinario incremento di produzione. Parallelamente il numero degli operai che nel 1870 era di 500, salì a 1500 nel 1895. Nel 1889 un'esposizione a Parigi manifestò una produzione molto attenta ai motivi orientali come lo era del resto anche per Sèvres. Lentamente in Europa va delineandosi un nuovo clima fatto di influssi orientali, e la manifattura di Copenhagen ne fu l'esempio più eclatante, ma anche a Doccia se ne subì il fascino. Oggi purtoppo non ci sono rimasti che pochi esemplari: ciò è forse dovuto all'esigua e limitata produzione forse troppo moderna per l'epoca. I temi dominanti erano calligrafici motivi floreali che si disponevano liberamente sulle superfici degli oggetti, molto spesso in una perfetta sintesi strutturale-decorativa. In Italia le radici dell'eclettismo frenarono quest'influsso e trovarono invece la massima espressione all'inizio del nuovo secolo. Tra i tipi di esemplari legati al nuovo gusto vi sono i piatti realizzati per un serivizio da dessert commisionato per il re Umberto I. Furono impiegati i migliori decoratori come avveniva spesso per le grandi committenze. Eugenio Riehl e Lorenzo Becheroni furono alcuni di essi. Quest'ultimo è probabilmente il ralizzatore del vaso rappresentate la regina Margherita e un altro vaso rappresentate il re Umberto I, conservati all'interno del Museo delle porcellane di Doccia. Dal 1879 al 1880 il faentino Angelo Marabini determinò un indirizzo stilistico diverso, si adottarono soggetti desunti del mondo biblico. In questo momento nasce una costante seria produzione industriale, come ad esempio gli elementi per il settore dell'elettricità. Successivamente il settore si ampia anche al mondo della telegrafia, della farmaceutica e della chimica. La morte di Lorenzini nel 1891, cui subentrarono i nuovi direttori Luigi Guazzini ed Enea Giusti che non furono all'altezza del predecessore, la mancanza di accordo tra i proprietari, impegnati a gestire altre attività (Carlo Benedetto era anche deputato al Parlamento del Regno e direttore dell'Istituto di belle arti e della Scuola di Architettura), che non trovarono una figura disposta ad impegnarsi in prima persona nella fabbrica ed allo stesso tempo capace di affrontare la crisi economica che attanagliava l'Italia di fine ottocento sono i principali fattori che portarono, nel 1896, alla fine della prima grande era della storia della Manifattura: Carlo Benedetto, prima della sua morte avvenuta nel 1905, infatti decise di vendere la Manifattura che fu acquisita dalla Richard di Milano. Questa fece sicuramente un buon affare visto che la Manifattura Ginori vantava oltre al nome famoso anche grande potenzialità di sviluppo che si incanalarono principalmente nella produzione di materiale elettrotecnico, che era in fase di espansione.

venerdì 6 novembre 2009

IV periodo - Lorenzo II Ginori Lisci 1838-1878

Il "IV periodo - dal 1838 al 1878" è quello che vede, la diffusione dei prodotti in tutto il mondo. Tra il 1870 ed il 1896 il numero degli operai passò da 500 a 1500 e la produzione di maioliche subì un notevole aumento e raggiunse un perfezionamento tale da poter riprodurre le famose maioliche rinascimentali e le antiche opere dei Della Robbia. Comincia lo stile Liberty, e con la proclamazione del Regno d'Italia la Manifattura ricevette anche commissioni da parte dei Savoia e, in collaborazione con i fotografi Alinari, venne perfezionata la tecnica di fotografia applicata alla porcellana. Ancora una volta alla morte del padre, Carlo Leopoldo Ginori, il proprietario designato, Lorenzo II, non era ancora maggiorenne, e fu necessario un periodo di tutorato. In questo periodo la famiglia Fanciullacci assunse sempre più la gestione della manifattura. Questa situazione indusse Lorenzo II dopo il tutorato di licenziare i Fanciullacci. Dal 1847 l'erede gestì l'impresa dimostrandosi subito molto abile ed esperto ceramista ed applicando la chimica appresa a Parigi. Si affiancò a collaboratori validi quali Paolo Lorenzini, Maestro di Doccia dal 1854 al 1878 e fratello di Carlo lo scrittore noto come Collodi. Insieme affrontarono e vinsero la sfida del nuovo mercato nazionale apertosi in seguito all'abbattimeno delle barriere protezionistiche che frazionavano la penisola prima del 1861, non rimanendo schiacciata dalla concorenze dei paesi stranieri dove la Rivoluzione Industriale era maggiormente avanzata. Nel 1850 Lorenzo II ideò e costruì un nuovo forno che consentiva l'ossidazione del piombo e dello stagno per la composizione delle vernici metalliche, che cominciarono ad essere applicate sulla porcellana per realizzare gli effetti cangianti propri dei lustri. Oltre al risultato migliore rispetto ai forni precedenti ottenuto in tempo minore, la nuova fornace consumava solo la trentacinquesima parte del combustibile necessario in precedenza e sottraeva gli operai dal diretto contatto con i vapori tossici e le esalazioni che si sprigionavano durante la cottura e risparmiò loro anche l'elevatissima temperatura dell'officina. Con la proclamazione dell'Unità D'Italia nel 1881 venne organizzata a Firenze la Prima Esposizione Artistica ed Industriale, dove la manifattura ottenne la Medaglia d'Oro. La ditta espose anche a New York nel 1853, a Sydney nel 1879, a Melbourne nel 1881 e a Rio de Janeiro nel 1884. Intanto furono introdotti a Doccia macchinari che migliorarono le operazioni di foggiatura e colaggio. Nel 1867, vista l'esplosione produttiva, fu impiantato in Val di Marina, nel Comune di Calenzano, un nuovo edificio, detto Ginoriana, con ben 24 macine che servivano sia per le paste che per le vernici, in sostituzione di quello costruito anni prima a Firenze. Furono aperti nuovi negozi per la vendita a Firenze, Napoli, Roma, Bologna, Milano, Torino. Nel 1872 fu fondata a Sesto Fiorentino la Scuola di Disegno Industriale, con il preciso scopo di formare maestranze specializzate destinate a trovare occupazione nello stabilimento di Doccia. La produzione, come uso dell'epoca riflettè i motivi classici, determinando tuttavia uno stallo poco innovativo Con la proclamazione di Firenze capitale d'Italia inizia una regolare produzione per il regno sabaudo. Il re Vittorio Emanuele II durante la sua visita alla fabbrica del 1861 ne rimase affascinato. Fra le varie committenze si ricorda il raffinatissimo servizio da caffè in porcellana a "guscio d'uovo", o le toelette, ovvero le cosiddette "porcellane da camera", fra cui si distinse il modello"servito inglese", composto generalmente da due mesciacqua, un bacile, quattro scatole rettangolari per sapone e spazzolini, quattro vasetti di misure diverse per pomate o talco. Furono poi realizzate per i sabaudi le tazzè da colazione, intorno all'anno 1865, ed un'opera veramente singolare: il servizio per il Kedivè d'Egitto, con decori ispirati all'arte dell'antico Egitto. In questoperiodo si ha anche la comparsa di immagini tratte da foto, grazie all'aiuto valente dei fratelli Alinari, da riprodurre sulla porcellana, mediante cromolitografia. Durante questo periodo grande importanza fu data alla produzione di ceramica. Fra questi oggetti sono da segnalare dei sedili dalle forme più svariate: a tamburo, a cuscino, o con scimmia tra filodendri che nell'esposizione di New York suscitarono notevole interesse. Nel 1878 il marchese Lorenzo II muore e la fabbrica viene ereditata dai quattro figli: il primogenito Carlo Benedetto, ne assumerà la direzione.

giovedì 5 novembre 2009

III periodo - Carlo Leopoldo Ginori 1792 -1837


Il "III periodo - Carlo Leopoldo Ginori 1792 - 1837" è testimone dello stile Impero (anch'esso proveniente dalla Francia), che imponeva forme più lineari e severe. Caratteristici sono i serviti ed i vasi decorati "all'ercolana", con soggetti tratti dai volumi "Delle Antichità di Ercolano" tuttora conservate presso la Biblioteca del Museo delle Porcellane di Doccia. Secondo la volontà di Lorenzo Ginori, la manifattura doveva essere ereditata dal primogenito, ma non fu possibile visto che le leggi vigenti all'epoca impedivano il diritto di primogenitura. Per far rispettare i desideri del marchese fu necessario un permesso speciale. Nel frattempo la fabbrica fu ereditata dalla madre, Francesca Lisci, in attesa che il figlio compisse l'età matura. L'Ottocento segna per la Ginori il passaggio da manifattura a industria: si continuò la ricerca di qualità migliori e con l'annessione della Toscana al trono napoleonico la ditta proseguì secondo il filone francese. Questa scelta le permise di non subire la chiusura forzata di altre fabbriche in Italia. Il Cozzi della ditta veneziana continuò a fornire di terra la fabbrica così come Limoges. Nel 1803, per volontà del Consiglio dei Tutori della fabbrica, si scelse di contraddistinguere fra i tipi di pezzi. Per la "prima scelta", si scelse di apporre il marchio "P.S."; per quelli più raffinati, fini appunto, s'impose la lettera "F". Le caffetterie, che adesso assumono la denominazione "vasi da caffè", tavolta hanno forme cilindriche mentre in quelle a sagoma ovale il coperchio risulta incassato al collo; seguendo la moda francese, le anse assumono forma di grifoni o delfini e i beccucci prendono spesso forma di cavallo. Anche gli scavi archeologici inspirano nomi a nuove sagome. Durante la gestione di Leopoldo dal 1813 al 1837, la fabbrica tiene ben presenti le necessità dei circa 200 dipendenti, migliorandone le condizioni di vita, attraverso varie iniziative come per esempio l'istituzione di scuole materne, di istruzione artistica e musicale e la ristrutturazione delle case costruite nei dintorni della fabbrica. A Parigi, Leopoldo conobbe il direttore tecnico della fabbrica di Sévres, Alexandre Brongniart, uno dei più grandi esperti del momento, sia nella selezione delle terre che nel loro dosaggio per la composizione di impasti molto raffinati. Tra il 1816 e il 1818 l'abile marchese riuscì a creare una fornace circolare detta "all'italiana", con un'altezza di dodici metri e un diametro di sei, costituita da quattro piani. Questo tipo di costruzione permetteva la cottura simultanea di più ceramiche, con notevoli risparmi. Nel primo piano inferiore, dove la temperatura raggiungeva i livelli più elevati si cuoceva la porcellana dura e quella tenera, il "masso bastardo", nel secondo la maiolica, la terraglia e la porcellana senza vernice, nel terzo e quarto sempre la maiolica, le terraglie ed il "masso bastardo" che avevano già ricevuto la verniciatura. Perfino lo stesso Brongniart nel suo celebre "Traité des Artes Céramiques ou des Poteries" ne riportò anche un disegno. Dal trattato si evince anche la composizione delle porcellane di Doccia dell'epoca. Per la fine si usava il caolino di Saint Yrieix e quello del Tretto nel vicentino, per la tenera, detta "masso bastardo", si usavano proporzioni diverse dei due caolini della fine, a cui si aggiungeva argilla di Montecarlo, presso il lago di Bientina. La vernice per la porcellana dura era composta da caolino di Sant Yrieix, petrulla di Calabria, che era una sabbia argillosa molto dura, caolino del Tretto e calcare saccaroide. Per quella tenere si usava sabbia silicea di Antibes, cristallo, massicot, cioè marzacotto comprendente piombo e stagno, minium, sale marino e presumibilmente anche vetro piombifero. Il marchese Leopolodo inoltre costruì, nei pressi della Zecca Vecchia a Firenze, un grande mulino a sei macine mosse dell'acqua dall'Arno. Fra gli artisti stranieri che operano a Colonnata nel periodo si deve segnalare il ginevrino François Joseph de Germain, con le sue decorazioni sui piatti aventi come soggetto vedute del territorio fiorentino, caratterizzate da una maniera estremamente raffinata che ben si accompagna ai fastosi ornamenti in oro su fondo blu della tesa, secondo l'influenza della porcellana di Sévres. Il granduca di Toscana richiese questo tipo di decorazione come dono per un Kedivè egiziano, per ringraziarlo dell'invio di una giraffa. Abrahm Costantin, di origine ginevrina introdusse a Doccia il particolare genere delle placche di porcellana su cui venivano riprodotti celebri capolavori della pittura. Costantin fu inviato in Italia dalla manifattura di Sévres, ed iniziò a lavorare per i toscani dal 1820. Tra gli allievi del Costantin figurano Giovanni Fanciullacci e l'abilissimo Giuseppe Baldassini. Nel museo delle porcellane di Doccia, a Sesto Fiorentino si trova una sua placca dipinta nel 1825, raffigurante il celebre quadro di Cristofano Allori "Giuditta che mostra la testa di Olofene", conservato a Firenze, nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti. Merita di essere citata anche la collaborazione della Ginori con Jean David, che insegnò a brunire l'oro ed ad ottenere i colori opachi o "matti" (mats in francese). Molte sagome subiscono numerose trasformazioni, con ispirazione al vasellame di repertorio archeologico e molti decori furono detti a "incisione". Un nuovo genere fu poi introdotto dal pittore Ferdinando Ammanati che preferì collaborare con la manifattura toscana visto il passaggio, nel 1807, della Real Fabbrica di Napoli al nuovo proprietario, il francese Poulard. Egli dipinse scorci di città italiane, paesaggi con rovine, in policromia, come ad esempio la zuppiera detta a "tripode" per la presenza di tre esili sostegni terminanti a zampa. In questo periodo si arricchì la tavolozza con nuovi colori (verde cromo, verde moscone, carminio, rosa, carnicino, ed il lieve"color aria"). Tra i collaboratori del reparto di scultura meritano di essere menzionati Gaspare Bini e Gaetano Lici. La morte prematura di Leopoldo Ginori avvenuta nel 1837, conclude questo intenso periodo, ricco di grandi novità.

mercoledì 4 novembre 2009

II periodo: Lorenzo Ginori 1758-1791


Il "II periodo - Lorenzo Ginori 1758 - 1791" è contraddistinto dal "biscuit" (la porcellana bianca non verniciata che era di moda in Francia), e dall'inizio dello stile Neoclassico. Le decorazioni, pur rimanendo simili a quelle del primo periodo, si moltiplicano in varietà e tipi tanto che negli anni Ottanta venivano prodotti 53 differenti serviti da caffè; nuove sono quelle "a rosellina", creato a seguito di decori di Sévres divenne un pregio e un marchio di prestigio ed anche oggi tale decoro è ricercatissimo, "a fiori e frutta sparse" e "a vedute", cioè medaglioni con vedute di città come Firenze, Roma e Napoli. Dopo la morte di Carlo Ginori, la manifattura viene ereditata dai tre figli, Bartolomeo, Giuseppe e Lorenzo; la gestione dell'impresa viene assunta da quest'ultimo che dei tre figli era il primogenito, ed anche l'unico ad aver superato la maggiore età. Lorenzo Ginori possedeva un grande intuito economico e finanziario che compensava le sue conoscenze scientifiche, tipiche invece del padre. Egli riuscì infatti nel primo anno a portare all'attivo il bilancio della fabbrica che fino ad allora era stato sempre deficitario. In particolare riesce a rinnovare la privativa ventennale sulla porcellana, che di fatto fece chiudere la fabbrica aperta in concorrenza dal fratello Giuseppe a San Donato in Polverosa nei pressi delle Cascine. Gli operai "traditori" fuoriusciti dalla Manifattura di Doccia non furono integrati e molti si trasferirono a Napoli presso la fabbrica di Ferdinando IV di Borbone, e tra questi anche Giuseppe Bruschi. In seconda battuta Lorenzo traccia un'analisi tecnica e finanziaria della fabbrica grazie al contributo di un piano economico fatto dal lorenese Johannon de Saint Laurent. Con Lorenzo la fabbrica si avvierà ad una serire di innovazioni, fra cui sale più ampie per le raprresentanze, ove sovente veniva visitata dai nobili che erano i maggiori acquirenti. Eseguirà inoltre una serie di viaggi in europa alla scoperta di nuovi giacimenti minerari e colorifici. Nel 1743 Giorgio delle Torri decide di lasciare la fabbrica, nel 1746 Carlo Ginori viene nominato Governatore di Livorno ed allontanato da Firenze per contrasti politici con il reggente straniero di Firenze, il conte di Richecourt. Nasce così all'interno della fabbrica la figura del Ministro, un odierno direttore, che in un primo tempo sarà Giovan Battista Nobili, uomo di fiducia del Marchese. Ma a sistemare tutti i problemi ecco arrivare la figura dell'allievo di Delle Torri, quel Jacopo Fanciullacci, nominato ministro della fabbrica dal 1748, pochi mesi dopo l'investitura del Nobili che si recherà nel vicentino per dirigere personalmente la selezione delle terre estratte nelle cave del trentino. Parallelamente a questa prosperità non tardarono a comparire numerosi contrasti fra fratelli che culminarono nell'acquisizione totale della fabbrica da parte di Lorenzo. Successivamente contribuirono numerosi fatori esterni al rallentamento dell'attività della ditta. La decadenza del rococò, nella seconda metà del XVIII secol,o contribuì in modo determinante a diminuire gli interessi del pubblico nei confronti della porcellana, che a questo stile era molto legata. La ditta fu costretta ben presto ad abbassare i costi e a produrre articoli meno grandi e costosi . Dalla relazione del Saint-Laurent si evince comunque l'abilità ed i nuovi modi nella preparazione della porcellana. In particolare nell'approntamento del "masso nuovo" si usava lo smeriglio bianco della Lunigiana, il tarsio di Fivizzana, la terra di Venezia e cioè caolino di Schio o del Tretto, importato da Vicenza, e la terra di Vienna, caolino costosissimo proviente per la maggior parte dalle cave di Karlsbad. Per la vernice che veniva stesa sopra per renderlo lucente ed impermeabile si usava smeriglio e la terra di Venezia e di Vienna, con le quali veniva fatto un marzacotto in un crogiolo nella fornace della porcellana, al quale era aggiunto del marmo bianco, prima di sottoporre tutto ad una ulteriore macinatura. Nella fornace della maiolica si effettuavano tre operazioni diverse: la biscottatura della maiolica e della porcellana e nel fornaciotto, cioè la parte più alta e meno calda del forno, venivano cotti i pezzi di porcellana dipinta di più grosse dimensioni. Nella fornace della porcellana si cuocevano infine i pezzi che avevano già subito la verniciatura. La terza ed ultima cottura, che avveniva dopo la decorazione pittorica su un numero assai limitato di pezzi, avveniva nel fornaciotto per i pezzi più imponenti o nella fornace della pittoria per il resto. Due nuove fornaci furono costruite nel 1769, mentre arrivavno nuovi campioni di terre da Passau in Baviera, ed i lavoratori della Manifattura intanto erano arrivati a cento. Dopo il viaggio di Bartolomeo Ginori a Sevres e a Limoges del 1773, dove erano state scoperte le cave di Saint Yrieix, arrivarono a Doccia anche campioni delle terre di Francia, cui seguì nel 1782 un notevole quantitativo di masso francese, ovverosia terre già mescolate nelle dovute proporzioni pronte per essere lavorate.

martedì 3 novembre 2009

I periodo: Carlo Ginori 1735-1757

Se dal 1735 al 1737 praticamente non esiste nessun documento (solo in data 20 aprile 1737 si registra un pagamento ad uno "scalpellino per la costruzione di una fornace...") la suddivisione delle collezioni in cinque periodi consente di ricostruire la storia delle evoluzioni artistiche del gusto nel tempo. Al "I periodo - Carlo Ginori 1735 - 1757" appartengono, fra l'altro, le porcellane decorate "a stampino", che rappresentano prevalentemente ciocche o mazzetti di foglie e fiori; c'è poi "il galletto", uno dei decori più conosciuti e ripetuti a Doccia: si tratta di due galli di profilo che combattono su dei massi, con uno sfondo composto da uno o più alberi con rami intrecciati.
Carlo Ginori, dopo attente ricerche, si impegnò in una serie di ragguardevoli iniziative, come ad esempio l'avviamento delle pesca del corallo in Toscana e la fondazione a Cecina, nei pressi di Livorno, tra il 1735 e il 1740, di una comunità agricola, comerciale e manifatturiera, nella quale venivano proposti interessanti prevvedimenti sociali, come la costruzione delle abitazioni per i dipendenti. Il 21 luglio 1737 dal forno della Manifattura esce la prima "cotta", quasi sicuramente di maiolica, grazie all'opera di un fornaciaio romano, Francesco Leonelli, che già nel 1738 abbandonerà Doccia. Sempre nel 1737, scomparsol'ultimo maschio dei Medici, Gian Gastone, Carlo Ginori viene incaricato di condurre a Vienna la delegazione fiorentina che doveva rendere omaggio al nuovo Granduca, Francesco Stefano di Lorena. Grazie all'amicizia con il Capo per il Consiglio di Stato della Toscana, il barone Carlo di Pfutschner, presenta al nuovo sovrano una privativa per la produzione della porcellana nei territori del Granducato, ma non la ottiene. Intanto però all'interno della fabbrica si continua ad assumere: in particolare lo scultore Gaspero Bruschi, che per molto tempo sarà uno dei principali artefici della fabbrica e istruttore presso la scuola di disegno e pittura interna alla fabbrica in un primo tempo affidata a giovane pittore Angelo Fiaschi, che lavorerà per Ginori fino al 1763. Sempre nel 1737 Ginori assunse al suo servizio due alamanni, il fornaciaio Giorgio delle Torri ed il pittore e doratore Carl Wendelin Anreiter von Zinrnfeld, il primo impiegato presso la fabbrica Du Paquier, il secondo attivo come hausmaer, cioè a domicilio. Giunti a Doccia pochi mesi dopo fu proprio grazie ai loro consigli che iniziarono ad arrivare a Colonnata le terre del Veneto impiegate anche dai Vezzi. Furono realizzate migliorie nei forni: Giorgio delle Torri fu creato un fornacino, mentre per l'Anreiter si pensò ad un fornello per il piombo impiegato nelle vernici ed altri fornellini per i colori. Nel 1739 entrò in funzione una fornace per la porcellana la cui produzione divenne stabile dal 1940. Tra i maggiori collaboratori della manifattura spiccano le personalità quali Giovanni Gori, specialista delle fornaci e della tecnica dell'invetritaura, l'abilissimo tornitore Jacopo Fanciullacci, di provenienza locale, ma istruito dallo stesso Delle Torri come addetto alla composizione ed alla cottura della porcellana, che fu mandato in Veneto appositamente per visitarne le cave ed acquisire le terre più appropriate, Karl Anreiter che introdusse schemi internazionali di maggiore successo ed il figlio Anton, della cui opera in questa fabbrica rimangono due fruttiere: una conservata al museo delle porcellane di Sesto Fiorentino e un altra nella raccolta Ginori Lisci di Firenze. Inoltre tramite la sua influenza compare a Doccia in quegli anni il bassorilievo istoriato, un genere ornamentale alquanto singolare. Terre diverse iniziarono ad arrivare da varie località della penisola: dall'Isola d'Elba il bolo di Rio, a Montecarlo di Lucca Ginori acquistò le cave di Poggio Baldini. Ecco così che nacquero tre tipi di porcellane diverse: una dal corpo accentuatamente bianco fatta con le terre di Venezia, una più perlata grazie alle terre dell'Isola d'Elba, infine una terza più scura che virava al grigio di terra montecarlese. Si diede, così, inizio alla creazione di placchette cinquecenteschi. Nel 1746 all'interno della fabbrica erano all'attivo ben dodici pittori di porcellane. Nascono le pregiatissime tabacchiere furono opera di giuseppe Romei. La richiesta di quest'oggetto era molto elevata data l'uso di fiutare il tabacco diffusasi nella prima metà del Settecento. La loro diffusione inoltre era molto curata dallo stesso marchese Ginori, che dovette aprire un nuovo reparto, il laboratorio degli argenti, per la realizzazione in particolar modo delle cerniere in argento. Dopo il periodo delle tabacchiere si passò a quello dei plastici fra cui "le quattro stagioni" e "le maschere della Commedia dell'arte". Per motivi commerciali furono abbandonati i grandi plastici, preferendo i motivi mitologici. Nella manifattura Ginori tali plastiche erano denominati "caramogi" per indicare una persona sciocca o deforme. Nel 1750 circa nasce il cosiddetto "masso perfetto di Doccia", fatto da cento libbre di terra di Venezia, cioè caolino, duecento libbre di smeriglio, una varietà granulare di corindone contenente ematite e magnetite, e dodici libbre e mezzo di terra di Vienna, un altro tipo di caolino giunto a Doccia dal 1748. Questa era la porcellana più fine che fosse stata mai prodotta a Doccia, mentre nello stesso tempo se ne produceva anche un'altra più gorssolana per la produzione di grandi statue, fatta con terra di Montecarlo e con una scarsissima aggiunta di quella di Venezia. Il primo periodo della manifattura Ginori risultò essere particolarmente fiorente, grazie alle scelte oculate e abili del marchese Ginori.

lunedì 2 novembre 2009

Medici e Ginori: gli albori della nascita in Italia della porcellana


Oggi gli studiosi tendono a dividere la produzione della Ginori in cinque periodi ma ben prima delle esperienze di Meissen, Vienna e Venezia si deve però all'intraprendenza ed agli interessi del granduca Francesco I de' Medici uno dei primi tentativi di creare la porcellana in Europa. Il collezionismo di "cineserie" in casa Medici era già nato al tempo di Piero il Gottoso, nel suo palazzo in via Larga, con dieci pezzi già inventariati nel 1463-'65. Poi Lorenzo il Magnifico ampliò la collezione con donazioni derivanti dal Sultano d'Egitto o acquisti diretti sui mercati medio-orientali. Dal 1545 anche Cosimo I iniziò ad aumentare la collezione che in breve arrivò a 400 pezzi, con oltre cento provenienti dalla Cina. Con Francesco I i pezzi cinesi arrivarono a 250. Ma fu lui che pensò di cimentarsi egli stesso nella fabbricazione di vasi, bacili e fiasche. Coadiuvato da Bernardo Buontalenti e dal miolicaro Pier Maria Faentino, detto "della porcellana", il granduca allestì un laboratorio ed una fornace nel giardino di Bobolo dove dette via ai suoi esperimenti. Miscelando sabbia silicea, vetro, cristallo di rocca, terra bianca di Faenza ed argilla di Vicenza si crearono manufatti grigiastri ed impuri che erano nascosti sotto una vernice bianca, arricchita da decori ispirati sia al repertorio della maiolica istoriata che a quello più peculiari del bianco e blù cinese. L'impresa non sopravvisse al suo patrocinatore ed il fratello e successore al trono granducale Fernando I la interruppe definitivamente. Ma fu proprio lui che, inviando prima sedici porcellane cinesi appartenenti alla collezione medicea, poi seguite da altre di diretta provenienza orientale, al principe Cristiano di Sassonia, stimolarono Augusto il Forte a creare una fabbrica che potesse competere con la produzione cinese. La sfida di Francesco I alle menti illuminate del XVIII secolo fu raccolta proprio dal Marchese Carlo Ginori: è da qui che nasce la produzione del primo periodo. Nel 1737, due anni dopo che l'dea era nata con i primi studi, il Marchese acquistò dal Senatore Francesco Buondemonti Villa delle Corti, situata nel sobborgo di Colonnata, a nord di Sesto Fiorentino, in posizione prospicente l'antica villa di Doccia, residenza suburbana della famiglia Ginori fin dal 1525, con l'intento di dar vita ad una manifattura di porcellana "all'uso della China". Si installarono così le officine, il mulino per la macinazione delle terre e la prima fornace costruita nell'aprile 1737. Il gabinetto scientifico, dove si facevano le prove chimiche, rimase nel palazzo fiorentino. Del legame tra l'idea di Lorenzo de' Medici e l'intuzione del Ginori, resta traccia in uno dei primissimi marchi apposti sulla porcellana della Manifattura di Doccia: quel Duomo di Firenze che già era stato uno dei simboli posti sulle produzioni del Granduca fiorentino.

domenica 1 novembre 2009

la porcellana dalla Cina a Sesto Fiorentino


Le prime ceramiche con il corpo in argilla furono create in Cina sotto il regno della dinastia Sui (581-618 d.c.), poi perfezionate sotto i T'ang (618-907 d.c.). L'impasto era composto prevalentemente da caolino (da Ka-o-ling, 'alta collina', località della Cina presso King-ten-chen nel Kiang-Xi), argilla refrattaria non fusibile finissima, e di petuntse (da Pai-tun-tsu, 'piccoli mattoni' di quarzo bianco), un feldspato fusibile. Questi due materiali, dovutamente impastati e sottoposti ad una temperatura oscillante tra i 1250 ed i 1350° davano vita ad una materia bianca, traslucida e vetrificata. Questa veniva amalgamata con acqua, sali minerali, quarzo e sabbia cristallina fusa e polverizzata. L'impasto era mescolato a lungo con una pertica e pestato a piedi nudi, per poi venir lasciato a riposo per anni, addirittura per decenni, affinchè le impurità organiche avessero modo di decomporsi. Infine l'impsto era battuto per liberarne l'aria e poi foggiato a mano, con stampi o al tornio. i pezzi crudi venivano fatti seccare per un anno per essere poi finiti a cesello, rivestiti di una coperta trasparente a base di petunse, cenere di felce e calce, che dopo la cottura in fornaci a legna, paglia o carbone, conferiva all'oggetto lunimosità e lucentezza. In cottura si mettevano gli oggetti all'interno di cassette di argilla piene di sabbia refrattaria per evitare le macchi sul manufattto dovute alla cenere. Le prime porcellane arriarono in Europa lungo la via della seta, ma quantità più ingenti iniziarono ad essere importate dopo che Vasco de Gama nel 1498 aprì la via marinara. Qesto commercio stimolò gli orientali che appositamente crearono la prima produzione di porcellane decorate in monocromia blu dette yang k'i, o 'oggetti per lo straniero'. Erano accompagnati dal vasellame per la cerimonia del tè, fatti dai cinesi per i mercanti giapponesi o dalle ceramiche per con versetti coranici, distinata ai paesi islamici. Le importazioni sempre crescenti favorite dalla nascita Compagnia delle Indie occidentali, prima quella inglese, poi l'olandese di Canton provocò in Europa una vera e propria moda detta 'cineseria', che favori in Cina e Giappone un ulteriore sviluppo di porcellana creata su modelli europei. detta export-cina o chine de commande. Intanto in Europa ceramisti olandesi, italiani e francesi cercavano di riprodurla a prezzi inferiori per i meno abbienti. Nei primi del settecento gli alchimisti europei si 'gettarono' alla ricerca delle materie prime e della ricetta per l'impasto della fabbricazione della porcellana (che per questo prese il nome di 'arcanum'). Vari personaggi viaggiando per Europa si scambiavano informazioni fra cui il Barone Ehrenfried Walter von Tschirnhaus di Sassonia, che una volta individuati i materiali essenziali per la definizione dell'impasto ne studiò gli esatti punti di fusione, inarrivabili però nelle fornaci per la birra su cui lavorava. Anche Johan Friedrich Böttger, un alchimista che, scoperto da Federico Augusto di Prussia, che puntava alla produzione di porcellana per rimpinguare le casse statali, fu rinchiuso, perchè aveva millantato di riuscire ad ottenere oro con la sua pietra filosofale, a lavorare sotto la direzione di Tschirnahaus. Fu lui che, usando un caolino locale (di Coldtiz) riuscì ad ottenere una porcellana finalmente in tutto e per tutto simile a quella cinese, grazie ai forni pensati con materiali refrattari in gradi di resistere ad altissime temperature. Nacque così a Meissen nei pressi di Dresda la Fabbrica reale di Porcellana di Sassonia che costituì realmente il punto focale di una sorta di straordinaria diaspora che si diramò per l'Europa intera; furono sessant'anni circa di vera e propria epidemia culturale per cui soprattutto in Germania nessun principe sentiva gratificata la propria fisionomia di fasto aggiornato se non possedeva una piccola fabbrica di porcellane che provvedesse ai bisogni della corte. Si era formato intorno al Böttger, divenuto direttore delle fabbriche reali, uno stuolo di specialisti singolarmente propensi però a vendere le proprie limitate conoscenze ai regnanti che offrivano maggiori ricompense; tali"vendite" secondo una astuta e preveggente preacauzione voluta da Böttger stesso,erano però sempre limitate ad una sola fase del procedimento. Intorno al 1735 il "segreto" intorno alla porcellana per opera dello stesso Böttger si svelò: egli infatti lo confidò in preda i fumi dell'alcol al suo collaboratore, C.K.Hunger, smaltatore e pittore che unitosi ad un certo Stölzer conoscitore dei segreti della cottura si trasferì a Vienna dove immediatamente sorse la manifattura di Claudius Innocent Du Paquier. Ad Hunter è legata la sorte avventuriosa e di breve durata di una manifattura veneziana fondata dall'orafo Francesco Vezzi. Hunter infatti scontrandosi con Du Paquier venne a Venezia, non solo portando con sè i segreti della fabbricazione, ma riuscendo anche a far esportare dalla Sassonia il caolino necessario all'impasto ed anche un valente maestro di cottura, samuel Stölzen. La corte Sassone tuttavia riassunse Hunter e bloccò l'esportazione del caolino, la fortuna della fabbrica Vezzi ebbe presto fine. Fu in questo clima che nacque la Manifattura di Doccia. La fabbrica sestese fu una delle prime manifatture europee a produrre porcellane in un'epoca in cui la fabbricazione di porcellana, diffusa da secoli in estremo oriente, era in Europa ad uno stadio ancora quasi sperimentale. Proprio per questo il progetto del marchese Carlo Ginori, esponente di rilievo dell'aristocrazia toscana, di creare una manifattura di porcellane in un paese in cui gli abitanti erano da sempre dediti all'agricoltura, non fu di facile attuazione. Non era facile reperire le materie prime utili ad ottenere impasti e decorazioni di qualità; mancavano riferimenti produttivi e culturali. Fu quindi necessario ingaggiare pittori e tecnici stranieri e formare professionalmente come ceramisti alcuni contadini delle molte proprietà terriere dei Ginori. Oltre alle difficoltà tecniche la fabbrica di Doccia doveva affrontare problemi stilistici. Cosicché per consentire agli artisti che lavoravano nella manifattura di avere modelli iconografici a cui ispirarsi, Carlo Ginori acquistò calchi di opere d'arte, cammei, terrecotte, libri di storia dell'arte e di architettura, cere e bronzetti di Massimiliano Soldani Benzi e Giovan Battista Foggini, due scultori fiorentini tardo-barocchi di notevole valore.

mercoledì 28 ottobre 2009

La Richard-Ginori fino ai giorni d'oggi

La Richard Ginori nel 1897 acquista lo stabilimento ceramico per terraglia del Cav. Felice Musso di Mondovì e nel 1900 quello di Vado dove si produce grés. Nel periodo 1923-1930 Gio Ponti lavora come direttore artistico presso la Manifattura Ceramica Richard-Ginori, rinnovandone la gamma di prodotti. Nel 1965 avviene la fusione con la Società Ceramica Italiana di Laveno S.C.I. Nel 1975 la Pozzi e la Società Ceramica Italiana Richard-Ginori si fondono per dare vita ad un'unica grande struttura: la Pozzi-Ginori. Nel 1977 viene acquisita dal gruppo assicurativo Società Assicuratrice Italiana di Salvatore Ligresti. Nel 1993 la Pozzi-Ginori è acquistata dalla Sanitec Corporation, gruppo multimarca leader europeo nell'arredobagno, mentre la manifattura Richard Ginori viene rilevata nel 1998 da Pagnossin spa con a capo il presidente Carlo Rinaldini e A.D. ing.Domenico Dal Bo', primo gruppo italiano per importanza nel settore dei servizi da tavola. Nel 2006 entra nella proprietà di Richard Ginori il gruppo emiliano di Rocco Bormioli e, a fianco di un'ipotizzata costruzione di un nuovo stabilimento di produzione, si propone una trasformazione del prodotto in modo tale da poter portare il marchio Ginori, uno dei più antichi del brevetto italiano, nelle catene della grande distribuzione. Molto del materiale commercializzato dall'ingresso di Pagnossin non è più prodotto nella fabbrica sestese ma proviene da industrie non italiane: scelta giustificata dalla necessità di ridurre i costi di produzione. La presenza del gruppo Bormioli cessa nel dicembre dello stesso anno. Al vertice della società, travolta da una situazione debitoria preoccupante, arriva l'immobiliarista Luca Sarreri presidente anche della controllante Pagnossin. Ma il futuro dell'azienda è legato ad un filo sottolissimo connesso proprio alle prospettive immobiliari che taluni ipotizzano per l'area dello stabilimento sestese. Nell'Ottobre del 2007 la Richard-Ginori viene rilevata dalla Starfin Spa di Roberto Villa. Nel Marzo 2009, dopo 3 anni, il titolo della soecità ritorna ad essere quotato in borsa si inizia ad investire in nuovi show-room all'interno degli outlet italiani.

lunedì 26 ottobre 2009

La manifattura di Doccia diventa Richard Ginori

A Milano veniva costituita nel 1830 dalla ditta Gindrand la "Società per la fabbricazione delle porcellane lombarde", che fu poi ceduta nel 1833 al Nob. Luigi Tinelli. Questi fondava la fabbrica di "San Cristoforo". Giulio Richard, piemontese di origine svizzera (Nyon), giunge a Milano il 23 maggio 1842 e rileva la fabbrica di ceramiche e porcellane di Luigi Tinelli. L'intraprendente Richard ha grandi idee per la piccola fabbrica, e così dai forni dello stabilimento cominciano ad uscire non solo manufatti pregiati, destinati ad abbellire il salotto di qualche ricca signora, ma anche vasellame e terraglie per un uso quotidiano. La Società Ceramica Richard viene costituita dal fondatore Giulio Richard il 23 febbraio 1873, avente sede in Milano e con gli stabilimenti di S. Cristoforo, di Palosco, di Sovere -questi ultimi due saranno poi abbandonati. Nel 1887 acquista lo stabilimento della famiglia Palme di Pisa e fonda il deposito di merci in S. Giovanni a Teduccio (Napoli) per servire le province meridionali. L'11 ottobre 1896 la Società Ceramica Richard acquisisce la Manifattura dei marchesi Ginori. Nasce la Richard-Ginori. Lo Stabilimento Palme, nella città di Pisa, è il primo che venne ad aggiungersi a S. Cristoforo nella Società Richard. Il suo acquisto (1887) fu consigliato da motivi sia industriali sia commerciali. Tra questi: la vicinanza al mare; la sua localizzazione nel cuore d'Italia, che agevolava anche il commercio nazionale; il completamento della gamma di produzione, che poteva agevolare la vendita dei prodotti di S. Cristoforo; l’esistenza in loco di combustibile vegetale ed il minor costo del minerale; le quote di esportazione consolidate; ecc. Questi furono i motivi che ne determinarono l'acquisto fatto con Rogito Fontani l'11 dicembre 1887. I Palme erano mercanti originari della Boema che si stabilirono stabilmente in Toscana dopo il Congresso di Vienna (1815), prima a Livorno (circa 1820) e poi a Pisa per darsi all'industria. I documenti ricordano i primi loro acquisti in Pisa nella Via S. Marta, fatti nel 1837, e nel 1841 a S. Michele, fuor delle mura lungo l'Arno, all'estremità della passeggiata delle Piagge. Sembra che contemporanearnente esercitassero la fabbricazione sia delle terraglie sia della vetreria, ma quest'ultima fu presto dismessa. Si noti che, come risulta da documenti conservati negli Archivi di Stato della Repubblica Ceca, questa famiglia boema
proveniva da Parchen, villaggio situato nel distretto del cristallo boemo (Steinschoenau, Parchen, Haida) e il loro cognome originale, prima del XIX secolo, era Pallme (scritto con due elle). L'11 ottobre 1896 la Società Ceramica Richard si fonde con la Manifattura dei marchesi Ginori: unisce alla sua attività lo stabilimento di Doccia ed i sei negozi di Firenze, Bologna, Torino, Roma e Napoli. Nasce la famosa ditta di ceramiche Richard-Ginori. L'ingresso dei Richard a Doccia introduce moltissime innovazioni meccaniche nei laboratori e potenzia la decalcomania litografica per ridurre le forti spese della decorazione a mano. Vengono costruiti nuovi forni, nuovi fabbricati e viene ampliata la produzione degli isolatori elettrici per far fronte alla crescente forte richiesta del mercato italiano.

domenica 25 ottobre 2009

Dal Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana di Emanuele Repetti - 1833


DOCCIA (FABBRICA DELLE PORCELLANE A) nel Val d'Arno fiorentino. Grandiosa manifattura del marchese Ginori stabilita in prossimità della sua villa di Doccia nel popolo di S. Romolo a Colonnata, Comunità Giurisdizione e appena mezzo miglio a grecale del borgo di Sesto, Diocesi e Compartimento di Firenze, da cui è 6 miglia a maestro.
La Toscana che ha credito di essere stata una delle prime nazioni a fabbricare e dipingere vaghe e nobili stoviglie, note sotto il vocabolario di Vasi Etruschi; la Toscana che fornì alle belle arti mercé due orafi e scultori fiorentini (Luca della Robbia, e Benvenuto Cellini) le prime opere di terra invetriata, e i primi smalti fissati sulle piastre di oro; la Toscana vide anche per le cure di un illustre fiorentino, stabilire presso la capitale la prima manifattura di porcellane che sia sorta e abbia prosperato in Italia.
Comecché questo ricco e delicato genere di stoviglie fosse usato nella Cina e nel Giappone 2000 anni innanzi l'Era volgare; fu solamente nella prima decade del secolo XVIII che, a forza di prove fatte dal chimico Tirschenhausen alla nuova fabbrica di Meissen presso Dresda, si poté ottenere, nel 1710, la prima paste di una vera porcellana, che ben presto fornì e rese celebre in Europa la manifattura reale delle porcellane di Sassonia.Otto anni dopo (1718) un operajo fuggitivo di Meissen comunicò i processi di quella manifattura a una consimile fabbrica, che allora si eresse a Vienna, e che fu la madre di altre molte dell'Alemagna, e forse anche di quella fiorentina di Doccia.
Erano già due anni dacché il marchese senatore Carlo Ginori, meditando di stabilire alla sua villa di Doccia una manifattura di porcellane all'uso di quelle di Sassonia, aveva fatto eseguire diverse prove per riuscire nel suo scopo, quando egli, nel 1737 fu inviato a Vienna a complimentare l'imperatore Francesco I. Fu in Tale occasione che il Marchese prenominato fissò al suo stipendio due artisti tedeschi; uno dei quali (Carlo Wandelein) perito nella chimica e forse a portata di qualche segreto attinto nella fabbrica di Vienna per stabilire e dirigere a Doccia la manifattura delle porcellane: e l'altro, semplicista, (Alarico Prugger) per creare e mantenere un orto o giardino botanico nella stessa villa Ginori di Doccia.
Dopo molte dispendiose ricerche e processi tentati, la manifattura Ginori, nel 1740, cominciò a porre in commercio i suoi prodotti. I quali consistevano in porcellane a pasta dura e coperta simile, ossia feldspatica e terrosa; le quali porcellane a pasta e coperta dura, assai più resistenti delle porcellane tenere, o d'intonaco vitreo, avevano subito nella fornace un calore corrispondente, se non superiore, a 122 gradi del pirometro di Wedgwood.In tutti i paesi nei quali furono introdotte e stabilite tali manifatture esse, o non ebbero lunga durata, o non si sostennero senza il patrocinio e munificenza dei respettivi sovrani, che le eressero e le fecero lavorare per conto proprio.
All'incontro la manifattura delle porcellane di Doccia si sostenne costantemente dalla stessa nobile famiglia che la fondò, e che sino dai primordj ottenne dal governo la privativa di essere l'unica in questo genere, senza però escludere la concorrenza delle porcellane e di altre stoviglie provenienti dall'estero.Mancato ai viventi, nel 1757, il marchese Carlo Ginori, il di lui figlio e successore, senator Lorenzo, ingrandì gli edifizj e le officine, aumentò i comodi e le macchine relative al lavacro, al miscuglio e preparazione delle terre e delle paste e diede al fabbricato la forma esteriore che oggi pure conserva. Seguitando egli e metodi e i processi medesimi di fabbricazione lasciati dal padre, e impiegando materiali ora toscani, ora esteri, fece costruire statue, vasi e altri oggetti di porcellana dura, delle più grandi dimensioni; e pervenne a supplire al consumo interno del Granducato, e all'esportazione allora non inceppata dei limitrofi Stati italiani,
Sino all'anno 1805 la manifattura di Doccia si era unicamente servita delle fornaci rettangolari per cuocere le sue porcellane.Nel 1806 fu costruito un forno cilindrico verticale, come quelli che erano già stabiliti in Francia nella R. fabbrica delle porcellane di Sèvres, e poscia introdotti in Inghilterra in quella di majoliche da Wedgwood.Dopo tal'epoca la manifattura di Doccia migliorò anche nella lucentezza della sua coperta, nella vivacità e ricchezza dei suoi colori: in guisa che si trovò essa ben tosto in grado di eseguire contemporaneamente alle porcellane diverse altre specie di subalterne fabbricazioni di stoviglie e di majoliche comuni pel servizio della classe più numerosa della popolazione.
Nel 1819 l'attuale marchese Leopoldo Carlo Ginori immaginò e costruì un forno circolare a quattro piani, il quale produsse con l'economia del combustibile effetti assai vantaggiosi. Questa fornace alta braccia 37 richiamò l'attenzione e la lode delle persone dell'arte e de'scienziati, fra i quali il celebre naturalista Al. Brougnart, che ne pubblicò la descrizione e la figura nel Nuovo Dizionario Universale Tecnologico compilato in Francia da una società di dotti, e quindi tradotto a Venezia.Lo stesso marchese L.C. Ginori aumentò il fabbricato, costruì una vasta sala dove riunì una numerosa collezione di scelti modelli di scultura; fece progredire e rese più florida e di buon gusto la parte pittorica con le altre branche numerose d'industria che concorrono al buon successo di sì complicata fabbricazione.Esiste nella manifattura un'accademia di musica e una scuola elementare per comodo e sollievo dei lavoratori stessi.
Potrebbe in questo momento, attesi i grandi aumenti operati nelle officine, estendersi la fabbricazione di Doccia in guisa da supplire al consumo di buona parte d'Italia, se i numerosi Stati nei quali è divisa non avessero adottato un sistema d'isolamento pernicioso per tutti gli abitatori della penisola con dazj e proibizioni che impediscono la circolazione mediterranea dei prodotti nazionali a vantaggio degli esteri.
Se all'Italia sarà concesso (com'è sperabile) di ottenere ad esempio della Germania un sistema doganale proprio dei suoi bisogni economico-industriali, anche la manifattura di Doccia potrà progredire, e acquistare maggior estensione ne'suoi rapporti commerciali; mentre l'attivo e intelligente suo proprietario non omette diligenza né spesa per accrescere pregio e conservare alla patria e alla sua famiglia, in stato florido questo genere d'industria, che alimenta circa 200 individui domiciliati presso Doccia, e che fa ornamento alla Toscana e decoro all'illustre prosapia che lo creò e lo possiede.