sabato 29 gennaio 2011

villa ragionieri torna a nuova vita

E' quasi un anno che la Villa Ragionieri di Sesto Fiorentino, è la nuova sede del Centro Oncologico Fiorentino progettata da CSPE - Centro Studi Progettazione Edilizia. L’intervento ha vista la progettazione di un moderno centro sanitario ad alta specializzazione tecnologica che riguarda il recupero di una preesistenza storica e l’integrazione di un consistente ampliamento. All'interno ha trovato posto anche Villanova, la clinica di Fondiara Sai convenzionata con l´azienda sanitaria di Firenze. "La moderna struttura - si legge in un comunicato stampa della Regione - al confine tra Sesto Fiorentino e Firenze per molto tempo, addirittura anni, sembrava destinata a diventare il polo oncologico dell´area fiorentina grazie all´acquisto da parte della Regione. L´inchiesta sull´area di Castello ha congelato l´interesse da parte dell´amministrazione, che prevedeva di spendere ben 80 milioni di euro per l´acquisizione. Così Villa Ragionieri parte con un profilo basso, per crescere nel giro di un paio d´anni e nel frattempo accaparrarsi qualche nuova convenzione con il servizio pubblico, che potrebbe aver bisogno di acquistare prestazioni di carattere oncologico. Da giugno, dunque, si è partiti con l´oncologia della mammella, attività che già veniva svolta per conto della Asl (cioè gratuitamente per i pazienti) con circa 350 interventi ogni anno. Si faranno anche prestazioni di ortopedia e delle altre specialità che erano già svolte da Villanova. La prospettiva è quella di crescere lentamente, chiamando anche professionisti da fuori e sviluppando l´attività oncologica, per svolgere la quale la struttura, dotata di è attrezzature all´avanguardia, è stata pensata. Non si cerca di fare concorrenza alle strutture pubbliche, è la parola d´ordine che circola dentro la struttura sanitaria di Fondiaria Sai, ma si spera di poter convenzionare parte delle attività con la Regione". Nel frattempo oggi già si parla di ginecologia e di creazione di un punto nascita. La difficoltà di far dialogare antico e nuovo è acutizzata dal pregio paesaggistico del luogo alle pendici del Monte Morello e dalla necessità di inserire, in un contesto di valore storico ed ambientale, tutta l’alta tecnologia indispensabile al funzionamento di un moderno centro di ricerca biomedica.
Come testimonia il Carrocci, nel suo libro “I dintorni di Firenze”, Villa Ragionieri sembra che tragga le sue origini nel Trecento quando veniva denominata Fontenuova o la Torre. Già nel Quattrocento viene ampliata per poter costruire due nuclei fondamentali nella realizzazione della “casa da signore”. nel Seicento, si aggiunge la Cappella che solo in un secondo momento viene collegata alla villa da una nuova costruzione. Nel trado XV secolo viene acquistata dai Da Fortuna, che provenivano dal Mugello, ma già a metà del secolo passa ai Boni del popolo di Santa Maria Maggiore che la restaurarono nel 1595, come testimonia una targa sopra l'ingresso.. Nel 1648 alla scomparsa della famiglia successe il "solito" Michelozzo che per lungo tempo vi soggiornò. Nel diciannovesimo secolo la proprietà passa ai Bartolini finché nel 1892, il complesso viene acquistato dal Dott. Attilio Ragionieri che arricchisce la villa di decori ed abbellisce il giardino con aiuole, siepi e giochi d’acqua. Dal 1949 al 1971, il nuovo proprietario, il Prof. Osvaldo Meco, adegua gli spazi della villa per trasformarla in casa di cura. Nel 2000, quando iniziano i rilievi, il complesso si trova in stato di abbandono e di avanzato degrado. Nonostante le modifiche fatte durante il Novecento, l’impianto secentesco a “U” della villa è però ancora leggibile e gli interni presentano elementi di pregio come soffitti cassettonati, decori, mosaici e pitture murali che impreziosiscono il tradizionale bicromatismo toscano, che identifica con il grigio gli elementi strutturali e con il bianco le superfici murarie di riempimento. Il luogo e la sua architettura hanno una identità storica da valorizzare, come i terrazzamenti e l’antico asse di accesso risalente alle centuriazioni romane.

sabato 1 gennaio 2011

Giuseppe Bezzuoli, i macchiaioli e l'omino di burro


Basta leggere la vita di Giuseppe Bezzuoli su Wikipedia per capire quale fu la sua importanza nell'arte fiorentina. In particolare non possiamo dimenticare che fu maestro dei fiorentini che divennero poi conosciuti come i "macchiaioli". Probabilmente è proprio al suo allievo Giovanni Fattori che la nostra città deve il suo quadro più importante "La diligenza a Sesto". Il quadro è riemerso solo lo scorso anno, dopo essere stato dato per disperso per ben 75 anni all'interno della spettacolare collezione d’arte di Riccardo Molo, uomo d’affari di origine ticinese, attivo a cavallo tra Ottocento e Novecento tra Ticino, Berlino, Rio de la Plata, in Argentina, e soprattutto in Italia. E assolutamente italiana è la grande raccolta d’arte che Riccardo Molo riuscì a mettere insieme: Previati, Mosè Bianchi, Segantini, Delleani, Cabianca, Pasini, Fattori, Delbono… in un progetto, tipico dei quegli anni, di raccolta dei vertici di ogni singola “scuola regionale”. La mostra è stata itinerante per tutto lo scorso anno tra il Canton Ticino e la Liguria, ma non sappiamo ancora se prima o poi qualcuno la vorrà riportare anche a Firenze. Per gli appassionati di Pinocchio dobbiamo ricordare che l'opera non è altro che la traposizione su tela di quel carretto che univa Firenze a Sesto Fiorentino a cui probabilmente il Collodi si ispirò per creare la diligenza che portava i bambini al paese dei Balocchi (che probabilmente era la Fiera in centro di Sesto Fiorentino) e il suo conducente che vediamo alla destra del quadro è l'"omino di Burro" in carne e ossa. Chi infatti ha ricordato negli scritti la figura del guidatore del carro lo ha sempre descritto come viene raffigurato nel quadro. Ecco come Wikipedia ricorda Giuseppe Bezzuoli (Firenze, 1784 – 1855). E' stato un pittore italiano. Fu pittore di soggetti storici, fece affreschi a ville e palazzi e molti ritratti. Preferì i temi romantici, ma non si allontanò dai canoni accademici. Insegnò all'Accademia di Belle Arti di Firenze e fu professore di pittura nel 1844, succedendo al suo maestro Pietro Benvenuti, che, a Fiesole, fece costruire la propria villa, Villa Benvenuti. Egli ebbe allievi che, in seguito, divennero celebri: Antonio Ciseri, Carlo Ademollo, Giovanni Fattori e Silvestro Lega. Tra le sue opere c'è il ritratto di Leopoldo II di Lorena, Granduca di Toscana (1797-1870), dipinto vestito da cavaliere di Santo Stefano; La Granduchessa Maria Antonia (1836), moglie di Leopoldo II, quadro che si trova alla Galleria d'Arte Moderna (Firenze), dove c'è anche L'entrata di Carlo VIII in Firenze, dalla porta di San Frediano il 17 novembre 1494 (quadro del 1827). Nella Chiesa di San Remigio a Firenze si trova una sua pala su un altare San Remigio battezza Re Clodoveo (1821). Bezzuoli fece anche l'affresco di Galileo Galilei (1564-1642), dal titolo Galileo Galilei esegue l'esperimento della caduta dei gravi per la Tribuna di Galileo, nel Museo La Specola (Fisica e Storia Naturale). Da ricordare inoltre, il San Marco Evangelista conservato nella Cappella di San Marco alle Grotte nei pressi di Portoferraio commissionatogli nel 1824 dalla famiglia Lambardi. Vari bozzetti del Bezzuoli sono nella Galleria d'Arte Moderna. Al Bezzuoli appartenne la villa che porta il suo nome, Villa Bezzuoli, situata a Fiesole.

martedì 28 dicembre 2010

Giuseppe Bezzuoli e la pittura a Firenze nell'800


Il freddo ha fatto le sue vittime e tra questa anche il mio computer che ho dovuto portare a "curare" dal dottore per dinsintossicarlo dai troppi virus arrivati tutti assieme! Scherzi a parte scusate la lunga assenza e continuiamo a parlare degli autori dei dipinti che abbelliscono le pareti della villa Paolina. Tra questi abbiamo ricordato Giuseppe Bezzuoli che il Manuale Tellus “Romanzo storico e pittura di storia” - arte per gli istituti tecnici ci spiega: "La pittura di storia, ampliò nell’Ottocento i propri orizzonti tematici e sperimentò nuove tecniche linguistiche che per le intrinseche possibilità comunicative le conferirono una grande popolarità. Ai mutamenti politici e sociali, che interessarono in maniera diversa i vecchi stati italiani corrispose una riorganizzazione dell’educazione artistica. Le Accademie conobbero una profonda trasformazione col prevalere del principio di affidare all’arte una dimensione civile e pertanto nelle Accademie nazionali di Milano, Bologna e Venezia venne esaltata la funzione della pittura di storia. La pittura di storia veniva commissionata grazie al sistema dei concorsi che soddisfaceva sia le aspirazioni degli artisti sia le attese del pubblico che poteva assistere alle esposizioni. La pittura di Storia italiana, a Milano, si mosse su un filone storico legato al Medioevo e come riconobbe lo stesso Mazzini, non riuscì, prima dell’Unità, ad avvicinarsi ai temi contemporanei. Nel Regno Lombardo-veneto, l’Accademia di Brera, a Milano, grazie ai pittori Sabatelli e Hayez, acquistò prestigio e fu di richiamo per molti artisti, poiché privilegiava la pittura di storia, libera da convenzioni neoclassiche. La proposta più interessante venne da Hayez che scelse un tema popolare come La Sete dei Crociati sotto Gerusalemme, legato alla tradizione epica, dal Tasso al Grossi, e al Melodramma: I Lombardi alla prima crociata con musiche di Giuseppe Verdi. La Cacciata del Barbarossa dell’Arienti, (1851), rispondeva alle nuove istanze retoriche di una pittura come manifesto politico che ormai subentrava con la sua gestualità e la sua foga cromatica a quella dinastica. Un genere storico-celebrativo, che suscitasse il consenso intorno alle memorie culturali del nostro paese si ebbe in Toscana dove il governo granducale, per il Congresso degli Scienziati Italiani del 1841, invece dei fasti del proprio casato preferì affrescare la Tribuna di Galileo alla Specola con i personaggi del progresso scientifico da Leonardo a Volta e ne affidò l’incarico a: Bezzuoli, Cianfanelli e Sabatelli. In Toscana, protagonista del rinnovamento fu Giuseppe Bezzuoli con la grande tela L’Ingresso di Carlo VIII a Firenze completata nel 1829 per il Granduca. Il tema consentì un’orchestrazione corale della scena, dove accanto al tradizionale eroe del quadro storico, comparivano il popolo, individuato nelle sue reazioni, e una serie di illustri fiorentini con cui il pittore rendeva omaggio alla patria e garantiva al pubblico una ricca informazione. Il quadro fu commissionato a Giuseppe Bezzuoli nel 1827 dal granduca Leopoldo II. E’ un quadro di meditazione storica per il popolo: Carlo VIII, sovrano francese entra in Firenze (1494) dalla porta S. Frediano con il suo seguito di guerrieri e dignitari, accompagnato dal cardinale Giuliano della Rovere( il futuro papa, Giulio II). In primo piano, a destra è rappresentato Gerolamo Savonarola mentre dice a Francesco Valori: “Si avvera la profezia, entra in Firenze l’Anticristo”; il personaggio dallo sguardo violento è Pier Capponi che pronuncia la famosa frase: “Voi suonerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane”, messo a tacere dal cancelliere di Firenze. Machiavelli (figura con i capelli corti) indica col pollice Carlo e vede avverarsi la sua idea politica: “Il fine giustifica i mezzi”. Davanti al re s’inchina il Gonfaloniere del Comune di Firenze. Il tema del quadro riprende in parte le “Istorie della città di Firenze” di Jacopo Nardi. “Venne il re con tutta la pompa per il borgo di San Friano…Seguitò poi la medesima pompa per il borgo di san Jacopo sopr’Arno, e passato il ponte Vecchio, per porta santa Maria e per Vacchereccia e per piazza, e dal palagio del Podestà e dietro a’ fondamenti di santa Maria del Fiore, si condusse alla maestra porta della detta chiesa, ove fu ricevuto dal clero”. Bezzuoli scelse questo tema per: richiamare alla mente dei suoi concittadini le conseguenze delle discordie civili; rappresentare i personaggi più illustri del tempo che ebbero un peso notevole nelle sorti della repubblica fiorentina; esprimere le passioni popolari e il sentimento di libertà; rappresentare la prepotenza di un conquistatore. Carlo domina la scena con alterezza. Con la destra che regge la lancia e la sinistra posata sull’elsa della spada, manifesta l’orgoglio della propria fortuna. Delicata è l’espressione del paggio, che conduce il reale destriero. Servile il Gonfaloniere mentre presenta al re uno dei Priori. Arrogante il re per l’accoglienza che gli riserva. Un cittadino addita i modi arroganti del re, un altro, coprendosi il viso, deplora la libertà perduta. Nello stesso anno in cui Bezzuoli terminava il quadro, Hayez dipingeva Pietro l’eremita, superando i canoni del Neoclassicismo per un’arte densa di contenuti civili. La pittura di Storia si sostituì alla Mitologia “a pingere le azioni generose de’ padri nostri, ad innalzare col loro esempio gli animi alla virtù. Sia lode ad Hayez che fra’ i primi sempre nei suoi dipinti presentò avvenimenti di storia” (L. Sabatelli). Il quadro è una metafora: bisogna guardarsi dai potenti per conservare la Libertà.

venerdì 26 novembre 2010

Antonio Carcopiano ed il più vecchio ponte sospeso in ferro sopravvissuto dal XIX secolo

"Il ponte sospeso di ferro del 19° secolo - Villa Borghese a Firenze (Italia)" che ha come autori Alberto Cecchi, Alessio Passerini e Daniele Salvestrini ci dice che tra il 1825 e il 1828, Antonio Carcopino, un ingegnere, ha progettato il ponte di ferro che collega la Villa Borghese al suo parco: questo fatto dimostra l'interesse della famiglia Borghese per le innovazioni tecnologiche del 18 e del 19° secolo.
Dall'introduzione del testo viene spiegato come il Principe Camillo Borghese sposò Paolina Bonaparte, la sorella di Napoleone. Dopo la morte dell'Imperatore, nel 1825 il Principe comprò una Villa a Quinto nella periferia di Firenze, che restaurò in stile neoclassico: Antonio Carcopiano, un ingegnere, studente dell'Accademia delle Belle Arti di Firenze, disegnò la villa ed il giardino tra il 1825 ed il 1828. I progetti sono conservati nei fogli 115-122 dell'Archivio Salviati, che attualmente è sotto la cura della Scuola Superiore di Pisa (Karwacka et al. 1993). Il giardino era sistemato sul lato opposto della strada rispetto alla villa: così Carcopiano costruì un ponte sospeso di ferro. In accordo con le conoscenze che abbiamo fino ad oggi, questo ponte è IL PIU' ANTICO PONTE SOSPESO IN FERRO SOPRAVVISSUTO DAL PERIODO, assime al più lungo (1826-1832) su fiume Garigliano (sfortunatamente distrutto durante la seconda guerra mondiale e solo recentemente ricostruito, il cui designer fu l'ingegnere Luigi Giura del "Corpo borbonico di ponti e strade". Senza dubbio ciò testimonia l'interesse della famiglia Bonaparte riguardo alle innovazioni tecniche seguenti al periodo dell'illuminismo.

domenica 21 novembre 2010

La vita di Paolina Borghese

Ecco cosa ne pensava di Paolina Borghese, Victor Hugo nel settimo capitolo de "l'origine del Can Can-ossia i delitti e le origie della famiglia Bonaparte": Paolina Bonaparte appena quattordicenne, cominciò a prostituirsi e continuò lungamente simile vita sotto gli occhi della madre sua; malgrado gli eccessi a cui abbandonavasi mantenne la freschezza delle sue carni, e conservò la bellezza del suo volto. Lo spirito era uno degli ornamenti di questa donna e possedeva il secreto di tenere allegra la più numerosa brigata. Dopo la morte del generale Leclerc tornò da S. Domingo; gli sfaccendati andavano in estasi alla vista della nuova Artemisia che accompagnava gli avanzi del di lei sposo. Ignoravano essi che in cambio del cadavere del generale, quel feretro, oggetto elle di lei cure pietose, conteneva i diamanti e le ricchezze rubate durante la spedizione; fu calcolato ascendesse a sette milioni la porzione toccatale nel saccheggio di S. Domingo. Innamorata di Cristoforo il Negro, luogotenente di Ognissanti, la nostra Messalina lo lasciava sovente estenuato di forze sul di lei letto voluttuoso. Non eravi chi ignorasse i suoi legami schifosamente incestuosi con l'imperatore; essa stessa non li negava. Napoleone quindi la dette in moglie a Borghese, principe rovinato, ed il principato di Guastalla fu il regalo di nozze". E la villa Paolina di Sesto Fiorentino avrebbe dovuto accogliere i due sposini ma sembra che la Paolina mai vi abbia neppure messo piede, o al limite che si sia limitata solo a farvi visita. Per par condicio riportiamo anche quello che dice Wikipedia di Maria Paola Bonaparte, conosciuta semplicemente come Paolina Bonaparte (Ajaccio, 20 ottobre 1780 – Villa Fabbricotti, 9 giugno 1825). Era figlia di Carlo Maria Bonaparte e di Letizia Ramolino. Sorella prediletta da Napoleone, lei stessa fu sempre molto affezionata al celebre fratello maggiore.
Donna di documentata bellezza e fascino, sposò nel 1797 il generale Victor Emanuel Leclerc, amico di Napoleone, di cui rimase vedova nel 1802. L'anno successivo, su richiesta del fratello Napoleone, sposò un personaggio la cui famiglia faceva parte dell'antica nobiltà romana, il principe Camillo Borghese, di cinque anni più anziano di lei.
Piuttosto irrequieta, amante dello sfarzo e della vita di corte, fece molto parlare di sé a causa del suo comportamento anticonformista, come ad esempio posare nuda, nel 1805, per essere immortalata da Antonio Canova nella celebre statua di Venere vincitrice.
Divenne duchessa di Guastalla nel 1806 e risiedette a Torino, città che non amò mai, ritenendola fredda e provinciale, in quanto il marito era stato nominato governatore dei dipartimenti francesi in Italia. Ebbe come damigella d'onore la coetanea Adele de Sellon, madre di Camillo Benso di Cavour, cui fu molto affezionata[2] e del cui figlio, futuro statista, fu madrina di battesimo.
Morì nel 1825 a causa di una malattia tropicale cronica contratta a Santo Domingo, dove aveva accompagnato il primo marito.

mercoledì 10 novembre 2010

alcune notizie su Camillo Borghese

Uno dei proprietari di Villa Paolina fu ovviamente Don Camillo Filippo Ludovico Borghese di cui traiamo una scheda da Wikipedia: nacque a Roma il 19 luglio 1775 e morì a Firenze il 9 maggio 1832. E' stato Principe di Sulmona e Rossano, Duca e Principe Guastalla fu un membro della famiglia Borghese, ed è meglio conosciuto per essere divenuto cognato di Napoleone I. Camillo Borghese nacque a Roma, figlio del Principe Marcantonio IV Borghese (1730-1800) e fratello di Francesco (1776-1839), Principe Aldobrandini, ed entrò al servizio francese nel 1796. Egli divenne secondo marito della sorella di Napoleone, Paolina Bonaparte nel 1803 (dopo la morte di Victor Emanuel Leclerc, primo marito di Paolina). Venne nominato principe di Francia nel 1804; successivamente divenne comandante della Guardia Imperiale nel 1805 e poco dopo colonnello (poi maggiore generale) e duca di Guastalla; nel 1809 divenne Comandante della 27ª e della 28ª Divisione dell'esercito francese.
Inizialmente appassionato (commissionò la famosa Venere con l'effige della moglie dal Canova), il matrimonio successivamente si concluse in un concubinaggio con numerose amanti che portarono i due amanti a stravaganti usanze quali quella di utilizzare schiavi africani come poggiapiedi. Ad ogni modo la coppia condusse vite separate ma non divorziò mai e Paolina convinse anzi il fratello a concedere a Camillo il governo del Piemonte nel 1808 (pare con le seguenti parole: "Camillo è un imbecille e nessuno lo sa meglio di me. Ma qui sta il punto, no? gli stiamo affidando il governo di un territorio... è perfetto!". Camillo ottenne anche la salvaguardia su un prigioniero di riguardo: papa Pio VII.
Napoleone lo forzò inoltre a vendere alla Francia 344 pezzi della Collezione Borghese, che Camillo arricchì nuovamente con nuovi pezzi provenienti dagli scavi in Egitto e con l'acquisto di altre opere. Camillo prestò inoltre notevole attenzione alla villa di famiglia a Porta Pinciana, dando nuova sede alla rinnovata collezione e facendo costruire una nuova entrata monumentale che dava su Piazza del Popolo, ancora oggi esistente.
Dopo la caduta di Napoleone, l'alleanza tra Camillo ed il governo francese si ruppe e lo mise in cattiva luce a Roma, a tal punto che fu costretto a recarsi a Firenze, anche per distanziarsi dalla moglie, evitando ad ogni modo il sequestro delle proprie terre (pratica usuale applicata da Pio VII al suo ritorno al soglio pontificio contro gli ex sostenitori del Bonaparte). Dopo 10 anni di matrimonio fallimentare, venne convinto dal Papa a riprendere con sè Paolina, che però morì dopo soli 3 mesi di cancro. Non avendo avuto figli, alla sua morte il suo patrimonio passò al fratello Francesco.
Onorificenze: Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Legion d'Onore

lunedì 1 novembre 2010

ecco chi era la famiglia Peruzzi

I Peruzzi, che una tradizione poco documentata vorrebbe discendenti dalla stirpe dei Della Pera ricordata da Dante nel XVI canto del "Paradiso", furono una delle più influenti famiglie della Repubblica fiorentina.
Discendenti da un Ubaldino di Peruzzo vissuto alla metà del XII secolo, nella seconda metà del Trecento si divisero in due rami i cui capostipiti erano Arnolfo e Filippo figli di Amideo. La discendenza del primogenito Arnolfo fu la più longeva, mentre quella derivante da Filippo si estinse alla metà del Settecento.
Di fede guelfa, accumularono una discreta fortuna esercitando il commercio di panni. Successivamente iscritti all'Arte del Cambio, investirono i proventi dell'attività mercantile in una "Compagnia" bancaria che in pochi anni divenne una delle più influenti in Europa con filiali nel Regno di Napoli, in Francia e in Inghilterra. Tra la fine del XIII secolo e l'inizio del XIV, potendo contare su un considerevole capitale, la società fu in grado di realizzare ingenti operazioni di prestito alla Corte di Roma, agli Ordini di S. Giovanni di Gerusalemme e di Rodi e, insieme alle compagnie dei Bardi e dei Frescobaldi, anche ad alcune case regnanti. Nel 1303 la famiglia concesse a Filippo il Bello re di Francia una significativa somma di denaro necessaria al sovrano per contrastare il potere temporale di Bonifacio VIII. L'intrinseca debolezza della compagnia, come del resto delle altre società italiane di prestatori, costrette a investire i propri capitali all'estero presso Paesi più floridi economicamente, fu evidente nella catastrofe bancaria che colpì nel quarto decennio del Trecento le compagnie dei Bardi e dei Peruzzi. Sconfitto nella campagna contro la Francia, Edoardo III d'Inghilterra non fu in grado di restituire l'ingente somma che le due compagnie avevano anticipato al re per sostenere le spese della guerra. L'insolvenza della corona inglese, alla quale il Comune fiorentino non poteva in alcun modo opporsi, fu tuttavia solo uno dei fattori che determinarono il tracollo finanziario delle due compagnie. Effetti non meno rilevanti ebbero la peste nera, la carestia che ne seguì e il finanziamento delle fallimentari guerre di Firenze contro Mastino Della Scala e la repubblica di Pisa. La cospicua ricchezza immobiliare accumulata permise tuttavia alla famiglia di fronteggiare, seppure con grosse difficoltà, la crisi economica che aveva colpito la compagnia.
L'appartenenza alle Arti Maggiori e il prestigio sociale garantirono ai Peruzzi una solida partecipazione alla vita politica della Repubblica: 10 furono tra i membri della famiglia i gonfalonieri, 54 i priori e numerosi gli ambasciatori presso il papa e i sovrani d'Europa.
Un ramo della famiglia discendente da Paolo di Francesco si stabilì in Francia modificando il proprio cognome in Perussis e ottenendo il titolo marchionale; si estinse nel 1907 con Rodolphe marquis de Perussis, intendente generale. La famiglia riuscì, grazie anche ad un'accorta politica matrimoniale, a mantenere inalterato il suo prestigio e la sua influenza politica anche sotto il Principato mediceo. Con l'avvento della dinastia lorenese ottenne, nel 1751, l'iscrizione al patriziato fiorentino. Nel 1783 Bindo Simone (1729-1794), cavaliere dell'ordine di S. Stefano, direttore dell'Ufficio del Sale e membro dell'Accademia della Crusca, sposò in seconde nozze Anna Maria Luigia di Averardo di Pietro Paolo de' Medici, ultima discendente del suo ramo. Nel 1739 Anna Maria Luisa de' Medici, sorella dell'ultimo granduca mediceo Giangastone, aveva dichiarato il fratello di Anna Maria Luigia, Pietro Paolo, quale suo erede più prossimo, con la clausola che in caso di estinzione della linea maschile l'eredità passasse alla discendenza femminile. Fu così che nel 1846 i Peruzzi vennero dichiarati eredi dell'Elettrice Palatina e nel 1895 furono autorizzati ad assumere il titolo di "marchesi de' Medici" e ad aggiungere al proprio stemma le sei palle medicee.
Personaggio di rilievo fu Ubaldino di Vincenzo Peruzzi (1822-1891) esponente tra i più autorevoli insieme a Bettino Ricasoli del partito dei moderati toscani. Membro del Parlamento toscano nel 1848, prese parte nel 1859 al Governo Provvisorio Toscano. Fu Ministro dei Lavori Pubblici dei governi Cavour e Ricasoli (1861-62) e Ministro degli Interni del governo Minghetti (1863-1864). Membro del Consiglio provinciale toscano dal 1865 alla morte, deputato del Parlamento e senatore dal 1890, fu sindaco di Firenze dal 1868 al 1878. La moglie Emilia Toscanelli fu animatrice di un importante salotto culturale frequentato assiduamente da intellettuali quali Edmondo De Amicis, Ruggero Bonghi, Giovan Battista Giorgini, Alfredo Baccarini, Marco Tabarrini, Leopoldo Galeotti, Adriano Mari, Isidoro del Lungo, Renato Fucini e Cesare Alfieri.